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Frate Indovino

Primo Piano

Dobbiamo dare un senso alla croce

17 marzo 2020
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Il card. Giovanni Angelo Becciu è una delle personalità più autorevoli della Chiesa cattolica. Dopo essere stato nunzio apostolico, cioè ambasciatore del papa in vari Paesi del mondo, tra cui Cuba, è stato chiamato a lavorare in Vaticano. In particolare, sotto papa Ratzinger e sotto papa Bergoglio, è stato Sostituto per gli affari generali della Segreteria di Stato, nei fatti il più stretto collaboratore del Pontefice. Attualmente, dal primo settembre del 2018, è prefetto del Dicastero delle cause dei santi, cioè è colui che si occupa della beatificazione e della canonizzazione dei cristiani cattolici che si dimostrano degni eredi di Cristo.

Anticipiamo alcuni passaggi dell’intervista rilasciata a Michele Zanzucchi e che sarà pubblicata nella sua versione integrale nel prossimo numero del mensile.

Che cosa ha pensato quando si è reso conto della gravità della situazione, prima in Cina, poi qui da noi?
La prima reazione è stata quella comune a tutti: una malattia distante e destinata a pochi. Nel giro di qualche settimana la situazione si è capovolta e ci rendiamo conto di esserne tutti coinvolti. Nessun Paese può considerarsi un’isola felice, siamo interdipendenti per molte cose sia nella buona sorte come nella sventura. La globalizzazione (dei viaggi, delle merci, degli interessi, della cultura) è anche globalizzazione delle crisi, delle malattie. In ogni caso tutto questo ci costringe a ragionare in modo diverso e a riscoprire il significato della salute, delle relazioni, in ultima analisi il senso della vita umana.

Il coronavirus sta minando alla base il sentimento di onnipotenza che una cultura scientifica poco umile a lungo ci ha dato. È un bene o un male?
Rimaniamo storditi al pensiero che ciò che ha messo a soqquadro il mondo intero è una minuscola entità, o meglio un microcosmo, percettibile solo da microscopi potentissimi e specifici. La scienza, e con essa l’uomo che della scienza aveva fatto un emblema di invincibilità, si sono ritrovati impotenti. Un bagno di umiltà dunque ci farà bene e dovrà portarci ammettere che la scienza non ci dà il controllo assoluto dell’universo, seppure sarà proprio essa a trovare i rimedi per contenere la malattia e – speriamo presto – per vincerla. Per questo non facciamo difficoltà a riconoscere che la scienza e la tecnica sono una splendida creazione dell’ingegno umano e un dono meraviglioso di Dio per l’uomo.

Talvolta i cristiani, e più in generale i credenti, considerano la malattia come una punizione divina. Il cristianesimo, quello autentico, ha invece una visione radicalmente diversa della questione. Come sintetizzarla per i lettori?
È vero! Troviamo tra i credenti ancora questa mentalità. Dio è concepito come un essere vendicativo, pronto a punire per il male compiuto. Dobbiamo ammettere che questa è una mentalità ancorata a certi passaggi dell’Antico Testamento e che fa difficoltà ad accogliere la visione sul male, sul dolore offertaci da Gesù Cristo. Egli sulla croce ci ha resi persone libere, serene, ci ha salvato dal tormento del ricordo dei nostri peccati e ha dato valore alle nostre sofferenze fisiche e spirituali, grandi o piccole che siano. A questo proposito mi piace citare un passo di Giovanni Paolo II nella Salvifici Doloris: «Ciascuno si chiede il senso della sofferenza e pone questa domanda anche a Dio, come la pone a Cristo che soffre lui stesso e vuole rispondergli dalla croce, dal centro della sua propria sofferenza. La risposta di Cristo è una chiamata, una vocazione a prendere parte con la nostra sofferenza alla salvezza del mondo».

Milioni e milioni di persone, almeno per un certo periodo, sono costretti a cambiare radicalmente le loro abitudini quotidiane, per rimanere a casa. Ore e giorni e settimane che ci vengono elargite “gratis”. Per far cosa? Come occupar bene questo tempo?
È interessante notare che tra questi milioni siamo inclusi ciascuno di noi! Ora siamo reclusi dentro casa, ci costa, ma nello stesso tempo stiamo scoprendo cose che avevamo dimenticato o che facevamo di fretta: famiglie riunite, figli e genitori che si parlano, giocano, inventano passatempi magici, le chat al telefono surriscaldate per il gran comunicare con amici e parenti, si riscopre il valore della lettura, della musica e per i credenti quello della preghiera. Anzi, come credenti, impossibilitati ad andare nei luoghi di culto, siamo chiamati a fare un’esperienza meravigliosa: quella di trasformare le nostre case in chiesa domestica ove pregare insieme ed esperimentare la verità della frase di Gesù: dove due o tre sono riuniti nel mio nome io sono in mezzo a loro!

Lei è responsabile del dicastero vaticano che si occupa delle dichiarazioni sulla santità dei cattolici. In questo suo ruolo, cosa ha da dire ai credenti in questi frangenti caratterizzati dal coronavirus?
Viene spontaneo di dire: coraggio! Non perdiamoci d’animo. È un momento di prova che passerà e di cui come ricordo dovranno rimanere i momenti vissuti nella preghiera, i bei gesti verso gli altri, come una telefonata, la spesa fatta a qualche vecchietto o un pranzo preparato per chi è nella solitudine totale ecc. ecc. È una maniera di imitare i vari santi, come santa Caterina, san Carlo Borromeo, san Camillo, san Giovanni Bosco che durante le pesti si prodigarono verso i contagiati.

In questo periodo, accanto alla stupidità di non poca gente che non vuole osservare le regole imposte dalla pubblica autorità, brilla la “santità laica” di tanta gente, in particolare il personale medico, che si fa in quattro per salvare vite umane, o per rendere l’esistenza meno complicata…
Oltre che il nostro plauso, ai tanti che si prodigano instancabilmente negli ospedali, va la gratitudine e la solidarietà concreta. Possiamo offrire la nostra preghiera per loro, come pure sentirci spinti a collaborare per non far diffondere il virus osservando scrupolosamente le regole, soprattutto quella di non uscire da casa, e risvegliando la nostra responsabilità in ogni ambito sociale.

Infine, esiste un filo rosso tra il dolore umano e la santità?
Senza dolore non c’è amore, come senza la croce non c’è la santità. Il dolore è dietro l’angolo, ogni giorno ha la sua croce. Abbiamo bisogno di darvi una spiegazione, un valore, altrimenti rischiamo di sprecare il nostro tempo. Noi cristiani più che parole di spiegazione possiamo offrire l’esempio di Gesù. Lui, l’innocente, il santo ha affrontato la più grande e obbrobriosa delle sofferenze umane: la croce! È interessante notare come ogni santo abbia dovuto fare i conti con la croce. La maturità umana, spirituale e pertanto la santità dipenderà dal modo in cui un credente darà significato alla sofferenza. Accogliere il dolore come un segno dell’amore di Dio e trasformarlo in pedana di lancio per un amore più grande verso gli altri sa di straordinario e di unico. Solo unendoci a Gesù sulla croce si potrà fare un passo simile. Il cuore si dilaterà e la sofferenza non solo si trasformerà in amore e in cooperazione alla salvezza del mondo, ma anche in gioia per una speciale grazia del Signore.

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