Il punto

Le case di guarigione - Pt. 3

mercoledì 08 aprile 2026 di fr. Andrea Gatto OfmCap
La cura come relazione: ferita, memoria e speranza

Aragorn si reca poi da Eowyn. Riconosce che il braccio rotto è stato curato con abilità: è adombrata qui la sapienza del guaritore che riconosce la competenza degli altri guaritori, con parole di apprezzamento che tante volte i medici dei nostri ospedali sentono mancare. Eppure Aragorn si accorge che l'altro braccio, benché intatto, non ha vita. Serve un occhio luminoso per vedere in profondità alcune ferite. C'è una infelicità che abitava Eowyn, già intuita nel loro primo incontro.

Le modalità taumaturgiche di Aragorn si ripetono con qualche signifi cativa variante: la osserva, si curva, la bacia sulla fronte, le ordina più volte di destarsi, ma nel farlo la chiama dolcemente. Poi mette la mano di Eowyn in quella di Eomer, suo fratello. C'è tutto il tatto della cura. Aragorn sa che non può spingersi oltre e chiede a Eomer di proseguire il contatto con lei. Oltre alla ferita dell'amore non corrisposto, il ramingo si accorge di una ferita nella fraternità: Eowyn credeva che Eomer fosse morto. Aragorn chiede proprio a lui di chiamarla, di essere co-adiuvato. C'è una mediazione nell'opera guaritrice di Dio, di cui l'uomo è investito: lui guarisce ma chiede una responsabilità compartecipata alla persona inferma, alle persone a lei legate e ai cooperatori della sua azione sanante.

Venendo all'hobbit Merry, balza agli occhi il rapporto con Pipino: è lui che si accorge, prima dello stesso Aragorn, del peggioramento dell'amico, e prende consapevolezza — forse per la prima volta nella sua vita di adulto — che Merry potrebbe morire. Aragorn lo rassicura: «Non temere. Sono arrivato in tempo, e l'ho chiamato in sé». Ritorna il tema della chiamata alla vita, la rigenerazione profonda dell'umano toccato dalla grazia. Aragorn fa cenno anche al carattere psicologico di Merry, al suo animo allegro, che depone a favore del processo di guarigione. Poi off re una defi nizione della vera saggezza: «Non dimenticherà le soff erenze passate, ma il suo cuore non ne sarà oscurato; egli apprenderà la saggezza». È, sul piano strettamente sacramentale, anche l'esperienza della memoria del male quando è raggiunta dalle misericordie di Dio.

È interessante notare che ognuno dei tre, una volta ridestato alla vita, risponde rivelando la propria identità: Faramir come un vero discepolo del Re; Eowyn con il desiderio di dare gloria alla sua casata; Merry con la voglia di mangiare e fumare una pipa. È qui che Gandalf chiama Merry "cavaliere di Rohan", ricordandogli il valore dimostrato in battaglia e suscitando in lui il desiderio di una vocazione più alta. E gli ricorderà di fumare pensando all'amicizia del grande re Theoden: è il dono della memoria spirituale, rivestita di gratitudine.

Bellissimo lo scambio tra i due amici hobbit verso la fi ne del capitolo. Le parole di Merry sulla consapevolezza dei propri tempi di guarigione, sull'amore («cominciare con l'amare ciò che si è fatti per amare») e sulla pace del cuore richiamano una verità profonda: si salva chi ha imparato che il criterio di distinzione, quando si arriva alla propria pasqua, è in alto.

Le indicazioni date al Custode delle Case sul fi nire del capitolo fanno più che un'eco all'episodio evangelico del buon samaritano che dà istruzioni all'albergatore. Gandalf insiste sulle parole che gli infermi devono ascoltare: c'è un tempo opportuno per apprendere gli esiti di quelle infermità, una pedagogia del "non subito". Ogni passo che segue la guarigione deve essere accompagnato con sapienza. C'è un prima, un durante e un dopo l'esperienza della soff erenza. Non tutto è spiegato o interpretato, ma ogni ferita è guardata, amata e curata — anche se non sempre è guarita.

Le pagine conclusive hanno il sapore epico del genere a cui appartengono, ma agli orecchi di chi ha confi denza con i Vangeli sono familiari ed evocative. Aragorn resta fi no a tarda notte a guarire molti malati, prima di ritirarsi nella sua tenda allo spuntare dell'alba. Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi aff etti da varie malattie li condussero a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva. (Lc 4,40)

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