Le case di guarigione - Pt. 2

Aragorn, capitano dei Raminghi, giunge nella città; ma non è ancora il tempo per rivelarsi quale re. Gandalf chiede che venga alle Case, e Aragorn viene perché Gandalf lo chiede esplicitamente. C'è una dinamica di intercessione che è parte integrante dell'assistenza spirituale off erta dall'Istar a questi infermi. «Sono venuto perché Gandalf me lo ha chiesto», dice il ramingo. Gandalf esorta i presenti a non rimanere sulla porta: «La venuta di Aragorn è l'unica speranza che resta a coloro che giacciono malati nella Casa». C'è un tempo, nei casi più drammatici di prossimità alla morte, per riconoscere l'esaurimento dei rimedi umani. Uno dei nomi di Aragorn è Envinyatar, il Rinnovatore.
Entrati nella Casa, Aragorn guarda i volti dei malati, osserva le loro ferite e trae un sospiro. È ben consapevole dell'impegno che dovrà profondere e si appella alla sapienza del mezzelfo Elrond, signore dell'Ultima Casa Accogliente: una "competenza" più alta. Si mette subito all'opera, nonostante la stanchezza — come il Cristo con le folle di malati, non si dà riposo. Chiama Ioreth per sapere se ci sono erbe curative e convoca una équipe di operatori per collaborare con lui.
Ioreth risponde: «Noi facciamo del nostro meglio in questa Casa con ciò che abbiamo». Per quanto verboso, questo modo di esprimersi somiglia a una preghiera: Ioreth parla ad Aragorn riconoscendolo come signore e gli confessa un atteggiamento profondo di servizio, consapevole delle risorse limitate che la sua umanità può garantire. Aragorn esorta a non perdere tempo e chiede l'athelas, un medicamento specifi co. C'è una scienza che deve essere sempre interpellata per garantire un intervento il più accurato possibile. Nulla è lasciato al caso o alle proprie convinzioni personali.
Sembra che Aragorn abbia fretta: ma la parola inglese che Tolkien usa è haste, che ha più la sfumatura della premura che non della fretta. È una forma di sollecitudine che ha ben chiaro il suo focus: la salus della persona malata, la sua integrale remissione.
La diagnosi di Faramir recita: «Stanchezza, dolore per lo stato d'animo del padre, una ferita, e soprattutto l'Alito Nero». Ferite del corpo e dello spirito, intimamente interconnesse. Il re taumaturgo annota anche i tratti del carattere di Faramir: tutto è tenuto in considerazione, tutta la persona. Ciò che Paolo Nardi ha defi nito un approccio "integrale" alla cura.
Aragorn compie gesti puntuali e simbolici: aff erra le mani, le poggia sulla fronte della persona, si inginocchia, chiama per nome. Lo smarrimento e il "chiamare" del guaritore sembrano riecheggiare la ricerca di Adamo da parte di Dio nel primo peccato. Il volto di Aragorn si fa grigio per la stanchezza — segno della mortalità dell'uomo, che lo stesso Cristo assume nel gesto estremo della sua kenosis.
Aragorn riscalda le foglie con l'alito; la fragranza che si spande riempie la stanza di una gioia che alleggerisce i cuori. È un vero e proprio rituale, una sorta di unzione degli infermi in fabula. Senza l'unzione dell'uomo spirituale, la materia resta inerte.
Faramir si ridesta e i suoi occhi incontrano per primi quelli di Aragorn: «Mio sire, mi hai chiamato. Sono venuto. Cosa comanda il re?». Faramir guarisce mentre Aragorn lo chiama per nome. Come aveva fatto la suocera di Pietro, il desiderio di Faramir si traduce subito in uno slancio di servizio. La risposta di Aragorn: «Non camminare più nelle ombre, svegliati! Sei molto stanco. Riposa adesso, e prendi del cibo, e sii pronto quando tornerò». Anche la guarigione della fi glia di Giairo ha dinamiche simili: dopo la guarigione, il Signore chiede che la fanciulla venga nutrita. C'è un tempo di convalescenza ugualmente importante, che esige una decorrenza vigilata.