
Dieci anni prima del grande Concilio Vaticano II, due vagabondi, Vladimiro, detto Didi, ed Estragone, detto Gogo, si scambiano gustose battute nella tragicomica opera teatrale del drammaturgo irlandese Samuel Beckett, Aspettando Godot (1952). Vladimir dice: «Hai mai letto la Bibbia?». Estragon risponde: «La Bibbia?... devo averci dato un’occhiata».
Non è più tempo per tergiversare nella lettura dei documenti dell’ultimo Concilio, già “vecchio” di sessant’anni. Godot forse non arriverà, ma Papa Leone dà a noi appuntamento nell’Aula Paolo II, ogni mercoledì, per offrire il suo insegnamento sulla Costituzione Conciliare Dei Verbum.
Questa prezioso testo, che appunto chiamiamo Costituzione per la sua autorevolezza, indica nella Sacra Scrittura – letta, sottolinea il papa, nella tradizione viva della Chiesa – uno spazio privilegiato in cui Dio continua a rivolgere la sua parola all’uomo di ogni tempo, perché questi possa conoscerlo e amarlo. Non solo conoscerlo, ma amarlo! Un’antica preghiera dei cappuccini non slegava mai queste due operazioni, la testa dal cuore, la comprensione della mente dall’abbraccio dell’affetto per la Parola viva che il Padre racconta e dona nel suo Figlio:
Signore, questo tuo vilissimo servo, indegno di ogni bene, desidera entrare e contemplare i tuoi tesori. Ti piaccia di introdurlo, indegnissimo, e di dargli, con queste parole e sante lezioni, il desiderio di amarti tanto quanto ti conosce, perché io non desidero conoscerti se non per amarti, Signore Dio mio Creatore. Amen.» Dio si è degnato non solo di aprire l’orecchio dell’uomo all’ascolto della sua Parola, ma di parlare la sua stessa lingua. Due persone che parlano lingue diverse, non possono comunicare, o stabilire una relazione, ci ricorda il pontefice. «Farsi comprendere dall’altro è un primo atto d’amore».
Per questo Dio, che ama gli uomini, sceglie di parlare con lui, il suo partner privilegiato, servendosi di linguaggi umani. «Non solo nei contenuti, ma anche nel linguaggio la Scrittura rivela l’accondiscendenza misericordiosa di Dio verso gli uomini». Papa Leone ci ricorda che nel corso della storia la relazione tra l’Autore divino e gli scrittori umani è stata spesso oggetto di studi approfonditi, con il rischio di polarizzare l’attenzione (vizio che oggi è all’ordine del giorno per cose di molto meno valore) ora sul solo intervento divino, ora sul solo intervento umano. Da una parte, però, abbassare l’operazione umana a quella di un semplice amanuense non significa glorificare Dio, che mai mortifica l’uomo e i suoi talenti, anzi li valorizza.
La Scrittura, come sappiamo, è parola di Dio in parole umane, dopotutto! Pertanto qualsiasi approccio alla Scrittura che neghi una di queste due dimensioni risulta parziale. Papa Leone non manca occasione per armonizzare i poli opposti eppure così confinanti dell’umano e del divino. Una corretta interpretazione dei testi sacri, allora, non può prescindere dall’ambiente storico e dalle forme letterarie degli autori umani. La rinuncia allo studio delle parole umane rischierebbe infatti di decadere in letture fondamentaliste o spiritualiste. In ogni epoca la Chiesa – forse a maggior ragione nell’epoca del boom social – è chiamata a riproporre la parola di Dio con un linguaggio capace di «incarnarsi nella storia e di raggiungere i cuori».
E qui Leone cita il suo predecessore che, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium 11, diceva: «Ogni volta che cerchiamo di tornare alla fonte e recuperare la freschezza originale del Vangelo spuntano nuove strade, metodi creativi, altre forme di espressione, segni più eloquenti, parole cariche di rinnovato significato per il mondo attuale». È ugualmente chiaro per papa Leone quanto altrettanto riduttiva sia una lettura che studiasse la Scrittura solo come un testo umano, o solo del passato, o solo sotto un profilo tecnico, dimenticando la sua origine sacra. Regola d’oro: il credente legge la Bibbia solo con la guida dello stesso Spirito che l’ha ispirata, e questo per non affamare la sua vita e la sua capacità di amare.
E dopo Francesco, Leone – come ormai è solito fare – richiama alla memoria le parole del suo patriarca Agostino: «Chiunque crede di aver capito le divine Scritture […], se mediante tale comprensione non riesce a innalzare l’edificio di questa duplice carità, di Dio e del prossimo, non le ha ancora capite». L’origine divina della Scrittura, conclude il papa, ci ricorda che anche il Vangelo affidato alla testimonianza dei battezzati, «pur abbracciando tutte le dimensioni della vita e della realtà, le trascende». Non si tratta infatti di filantropia spicciola, ma è l’annuncio gioioso di qualcosa che ci supera infinitamente e che l’uomo ha bisogno di ascoltare e ricevere: la vita eterna.
La Parola è l’alimento essenziale per nutrire la vita cristiana e Dio, nella sua bontà senza misura, lo provvedo di continuo.