Il punto

Le case di guarigione - Pt. 1

mercoledì 08 aprile 2026 di fr. Andrea Gatto OfmCap
Le Case di Guarigione: un luogo degno della persona sofferente

Il capitolo VIII de Il ritorno del Re — per chi è familiare con l'opera di J. R. R. Tolkien — off re uno spaccato di teologia "narrativa" della cura, soprattutto in relazione alle dinamiche di assistenza e di accompagnamento delle persone inferme. A lezione di pastorale sanitaria con il prof. Guglielmo Spirito, si apprendeva che nel XII secolo, a Roma, su incarico di Innocenzo III, furono realizzate le Corsie Sistine (Complesso Monumentale di Santo Spirito in Sassia), per la degenza di pellegrini e malati. Trovare un hospitium così bello per la cura delle persone soff erenti raccontava già una implicita teologia: la persona era accolta in un luogo degno della sua immagine e somiglianza al Cristo povero e ferito.

L'immaginazione cristiana di Tolkien ha creato un luogo incantevole che, per alcuni versi, ricorda le Corsie Sistine: le Case di Guarigione di Gondor.

La grande battaglia dei campi del Pelennor volge al termine, Minas Tirith è salva. Con grande cura, alcuni uomini accolgono i corpi dei morti e dei feriti fi n dal Cancello della città. La Città è già un ospedale da campo in cui si aprono varchi per ricoverare i superstiti. I corpi della principessa Eowyn e del re Theoden sono ricevuti con gli onori dovuti ai reali, ma al tempo stesso con gesti di dolcezza e cura. Prevalgono in questa porzione del racconto le note verbali dell'accudimento e gli avverbi dell'area semantica della delicatezza.

Anche l'hobbit Pipino ritrova l'amico Meriadoc, e nel loro dialogo si assapora tutta l'attenzione degli amici verso le reciproche ferite di battaglia. Nel prestare il primo soccorso, Pipino riconosce fi n da subito di non farcela da solo e chiede ausilio. Emerge fi n dalle prime battute del capitolo l'umile atteggiamento della persona a cui è affi dato un incarico di cura, che con un debito discernimento prende coscienza anche della propria insuffi cienza dinanzi alla missione. L'inesperienza di Pipino è compensata dall'attenzione della sua amicizia verso Meriadoc: «Lasciò che Merry si accasciasse lentamente sul selciato in un punto assolato, e poi sedette accanto a lui, appoggiando la testa dell'amico sulle proprie ginocchia. Gli palpò il corpo e le membra delicatamente, e gli prese le mani».

Così Faramir, Eowyn e Meriadoc giungono alle Case, ognuno con le proprie ferite, quelle visibili e quelle invisibili. Tre persone con tre storie emblematiche, tre anamnesi e diagnosi diff erenti. Ogni ferita è personale, ogni cura altrettanto.

L'arte medica di Gondor era ancora «assai profonda e abile» nel guarire qualunque tipo di malattia conosciuta dai mortali, eccetto la vecchiaia. I vigilatori «ascoltavano attentamente tutto ciò che i malati dicevano». C'è dunque un ascolto attento fi n dall'inizio della relazione di cura, soprattutto dinanzi a quel male insanabile che chiamavano Ombra Nera — scientifi camente osservato secondo la sua evoluzione: delirio, silenzio, freddo, morte. Gandalf stesso va dall'uno all'altro paziente, facendosi ripetere ciò che i vigilatori udivano: ogni parola e manifestazione della persona inferma viene registrata e tenuta a mente.

La più anziana delle donne che servivano nelle Case, Ioreth, dinanzi al viso di Faramir piange. Il pianto denota un atteggiamento di profonda compassione, non estraneo allo stesso Gesù dinanzi alla soff erenza degli amici. Ioreth auspica un intervento trascendente, evocando una vecchia profezia: «Le mani del re sono mani di guaritore. E in tal modo si poteva sempre riconoscere il vero re». Gandalf le risponde che in quelle parole si avverte la virtù della speranza — non tanto la speranza della guarigione, quanto la speranza che un re era davvero tornato a Gondor. La speranza cristiana dinanzi al male spesso incurabile non cerca di soppiantare la realtà, ma la trasfi gura perché si fa vicino e presente, dentro quella stessa realtà, il Re che ha vinto l'obbedienza dei morti.

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