Dall’XI secolo, la discendenza patrilineare, comincia anche ad essere graficamente illustrata da alberi di genealogie di intere famiglie. È una prassi a cui non si sottrae neppure l’ordine dei frati minori che, riconoscendosi “germinato” da Francesco, in diversi luoghi si auto-rappresenta in forma di grandi alberi di frati innestati sulla radice, che è il suo corpo.
Anzi, sul seme dell’umanità fragile di Francesco.
Francesco è morto come ogni uomo. È questo il destino della prima creazione – persino il sole non darà la sua luce per sempre! Ma Francesco non è solo un seme: come ha scritto Elisa Galardi nel numero speciale del mensile San Francesco Patrono d’Italia, dedicato all’evento che stiamo vivendo insieme, San Francesco vive, «la sua vita è stata come un seme caduto nel terreno buono, che ha dato frutti per tanti creando Comunione».
È davvero bello che l’ostensione si prolunghi per buona parte del tempo di Quaresima, e che cominci proprio a una manciata di giorni dopo il Mercoledì delle ceneri. Francesco – che era nato polvere, polvere è ritornato. Ma, grazie alla Pasqua, davanti alle sue ossa, ascolteremo ancora il profeta Ezechiele: «Figlio dell’uomo, queste ossa potranno rivivere?».
I germogli di Francesco sono i suoi fratelli e le sue sorelle.
Rimanendo in questa metafora fitologica, anche Tommaso da Celano chiama Chiara la prima pianticella della famiglia francescana (FF 524). Francesco è un cespite! La sua vita è un bene che concorre ancora oggi alla fioritura presente e futura di tanti uomini e donne, tutti i cristiani che, in ogni forma di vita, si lasciano ispirare da lui, dal suo modo peculiare di somigliare a Cristo.
Qualche giorno fa, un amico di lunga data che vive a Roma, mi comunicava che sarebbe venuto a trovarmi ad Assisi a marzo. Immaginavo che venisse anche per visitare le spoglie di Francesco: in realtà se ne era dimenticato! A onor del vero gli è dispiaciuto molto non trovare più posto tra le prenotazioni, ma alla fine mi scriveva che sarebbe venuto lo stesso, aggiungendo: «Il corpo di Francesco lo incontro nei suoi figli».
Come dice fra Giulio, «il frutto della sua vita e la sua eredità sono una comunione innumerevole di persone: la fraternità». In effetti, vivendo ad Assisi da tre anni, a due passi dal Sacro Convento, mi accorgo che i pellegrini cercano sì Francesco, ma sperano e si rallegrano molto dell’incontro con i frati, talvolta trasformandoli, loro malgrado, in “fenomeni” da immortalare con le loro fotocamere. Faccio sempre caso al modo in cui frati, me compreso, manifestano l’appartenenza all’albero di Francesco. E faccio sempre caso a chi, dei fratelli che pellegrinano ad Assisi, cerca davvero un incontro con i fratelli-figli di Francesco: in genere tiene a cuccia nella tasca il suo smartphone!
Oso credere che Francesco non avrebbe voluto che fossimo altri francesco, ma altri cristo, perché questo è il destino di ogni uomo. Questo è il segreto di una vita veramente feconda. Bonaventura mette in bocca a Francesco le notissime parole: Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni (FF 1239). Questo è anche la parte visibile del mistero della fraternità. Non indossiamo neppure un saio uguale all’altro, per quanto da lontano ci rassomigliamo tutti. Siamo fratelli nella differenza. E questa differenza va salvata e incontrata. Assisi ci raduna intorno a un corpo che è intessuto di relazioni. L’ostensione del corpo di Francesco, allora, è una rinnovata ostensione anche del corpo dei suoi fratelli che abitano ad Assisi e in tutto il mondo.
Francesco non viene solo. C’è un passaggio delle fonti che mi fa pensare a questo. Riguarda un certo Bartolomeo di Gaeta, protagonista di un quasi fatale “incidente sul lavoro”: la notte (…) gli apparve il beato Francesco con undici frati e, portando un agnellino in seno, si accostò al suo letto, lo chiamò per nome dicendogli: «Non temere, Bartolomeo, non prevarrà contro di te il nemico che ha tentato di impedire di porti al mio servizio, perché ecco, ti alzerai sano e salvo! Questo è l’Agnello che tu chiedevi ti fosse dato e che hai ottenuto per il tuo onesto desiderio» (FF 882).
Come in questa visione di Bartolomeo, anche in questi giorni Francesco non ostenta se stesso, ma si “ostende” a chi ricorre a lui insieme ai suoi frati, che con gioia e impegno accolgono migliaia di fratelli con la loro vita, intorno alla vita dell’Agnello.
«Figlio dell’uomo, potranno queste ossa rivivere?». La sera dei Vespri del 21 febbraio, guardando per la prima volta quelle ossa inzuppate d’amore, ho risposto sì. E sollevando lo sguardo ai volti vivi di tanti fratelli insieme, l’ho saputo con certezza.