
Un recente saggio di Stephen Greenblatt, The Death of Hamnet and the Making of Hamlet (2024), ci informa che i nomi Hamnet e Hamlet, all’epoca in cui Shakespeare compone Amleto (tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII), sono intercambiabili. Due storie, quella di Hamnet, il figlio del grande drammaturgo inglese e del suo omonimo Amleto, protagonista di uno dei miti danesi più letti e rappresentati nel panorama della letteratura europea, che sembrano non riguardarsi, ma che forse, si incontrano nell’unica trama di tutte le storie, in quella foresta di simboli che è la vita.
E questo è l’effetto che investe nell’intimo lo spettatore dell’ultimo film per il cinema di Chloé Zhao, Hamnet. In nome del figlio (2025), adattato sul romanzo della scrittrice nordirlandese Maggie O’Farrell del 2020. La trama ripercorre la genesi, oscura e non provata, dell’opera Amleto di William Shakespeare, a pochi anni dalla morte di uno dei suoi tre figli, Hamnet. Nella rilettura che il romanzo e il film ne fanno, la vicenda del figlio undicenne di William e Agnes è una plausibile chiave di lettura della tragedia di Amleto, il giovane principe di Danimarca che intende vendicare l’uccisione del padre da parte dello zio usurpatore Claudio.
Al di là del tema precristiano della vendetta d’onore, degli affondi politici circa la legittimazione del potere e del grande interrogativo etico del suicidio, Hamnet posa uno sguardo introspettivo sul tema dell’amore e dell’amare, della morte e del morire, e certamente dell’essere e del non essere (secondo quella celebre espressione del terzo atto della tragedia a cui ci riferiamo, proverbialmente, come “dubbio amletico”).
Chloé Zhao riesce magistralmente ad abbattere la quarta parete (o meglio lo schermo, che sarebbe la quinta), e coinvolgerci occhi e mani (sì, anche le mani, lo capirete quando vedrete il film) nei mondi interiori di Agnes, madre selvatica e profetica, di William, padre tenero e poeta innovatore, dei loro figli precettati all’arte del dramma e introdotti, quasi mistericamente, al volto sacrale della natura. È vero, manca (se manca) il contesto strettamente religioso di una cultura, quella della provincia inglese, insieme cattolica e protestante. Ma in alcune scene, di rara bellezza, si colgono accenti che sono quasi di vangelo.
Nella vicenda appassionante di Hamnet figlio di Shakespeare, si trovano nodi, ombre e fuochi che sono anche della nostra esperienza. «Leggendo le grandi opere della letteratura divento migliaia di uomini e, allo stesso tempo, rimango me stesso. Come il cielo notturno della poesia greca, vedo con una miriade di occhi, ma sono sempre io a vedere. Qui, come nella religione, nell’amore, nell’azione morale e nella conoscenza, supero me stesso, eppure, quando lo faccio, sono più me stesso che mai». Queste parole di C. S. Lewis valgono anche per il cinema. Immergersi nella visione di un film così denso di letteratura e di vita, consente anche a noi di cercare il modo giusto di spiegarci a noi stessi e raccontarci agli altri, come Shakespeare ha fatto con il suo teatro. Non è rimasto solo il calpestio del palcoscenico del Globe Theatre di Londra: la sua poesia gli ha permesso di camminare nella vita, di restare agganciato ai suoi affetti, di dare alla maschera la sua vera occasione: quella di cadere.