Spiritualità

Tra i santi scolari di Barbiana

martedì 01 settembre 2026 di fr. Andrea Gatto OFM Cap
Meglio bischero che indifferente

«Domandatemi tutto quello che non trovate scritto sui libri, già che sono viva!». Fiorella ha una memoria formidabile. E lei non desiste, la sua urgenza è quella di raccontare e raccontare il “suo Priore”, come lo chiama lei - con un affetto che straripa.

Lo scorso 26 giugno, con fra Dario e Maddalena, siamo stati a Barbiana per l’anniversario della morte di don Lorenzo Milani. Abbiamo accolto senza esitazione la proposta di Dario, per il legame che in modi diversi unisce le nostre storie alla storia di don Milani, noi che siamo nati più di vent’anni dopo quell’esperienza, e a cui anche noi ci sentiamo debitori.

Fiorella era una delle più piccole, tra i ragazzi di Barbiana. Quando un giorno don Lorenzo li portò nella villa di famiglia e lei sentì la governante chiamarlo “signorino”, rimase stupita e chiese: «Perché chiamate “signorino” il mio Priore?». Il suo Priore infatti, proveniva da una agiata famiglia, era un rampollo con parentele illustri e colte, ma Fiorella non lo conosceva così, non lo avrebbe mai detto, perché il suo Priore sembrava nato con loro a Barbiana, viveva come i ragazzi di lì, sembrava essere loro padre da sempre.

Padre di parole nuove.
Dopo la messa e il pranzo, Fiorella ci racconta qualche storia del Priore nella stanza del loro laboratorio astrofi sico. «Mi riempivo la bocca di questa parola: laboratorio astrofisico! Il laboratorio astrofi sico di Barbiana… allora Barbiana esiste! Mi sembrava una parolona importante, non l’avevo mai sentita». Mi sono lasciato toccare da queste parole, dette così bene, dette come dovevano essere dette, con la meraviglia e la gratitudine. Don Lorenzo non ha solo fondato una scuola qui, ma ha donato a quei ragazzi le parole per inverare la loro esistenza. Allora Barbiana esiste! Fiorella, Michele, Benito, Francuccio esistono, hanno parole per dire ci sono.

A qualcuno importava del loro destino.

Durante la messa, don Maurizio, il parroco del vicino paese di Vicchio, ci racconta delle guarigioni che Gesù compiva, dopo il Discorso della Montagna. Aveva guardato con attenzione le persone che il Padre gli aveva dato: era un campionario di persone diseredate, non accolte, emarginate. Una folla di smarriti. Mancavano pastori a cui importasse. E con il suo bell’accento fi orentino, don Maurizio lo dice senza mezzi termini: «Tutti noi s’ha da diventare pastori che aiutino il fratello a camminare nella dignità». E questo signifi ca «portare la risurrezione ai morti», non ai morti dei cimiteri, ma alla gente che non ha speranza, che rimane impigliata in tanti ambiti di morte.

Don Milani ha fatto questo. Lui davvero è venuto a rendere dignità a chi non ce l’aveva, a chi un sistema sociale aveva già incasellato e condannato a un destino senza destinazione, a un’etichetta senza corpo, a bocche senza cibo ma, peggio ancora, senza parola. Un popolo di gente esposta alla manipolazione. Dalla sua prima esperienza nella realtà di Calenzano, don Lorenzo aveva appreso quale era l’inghippo, l’intralcio alla vera uguaglianza dei soggetti sociali. Una scuola che non funziona e genera fi gli dispari.

Lui non parlava del mito del “mondo giovanile”, annaspando in chiacchiere da intellettuali supponenti. Ma credendo fi no in fondo nel mandato missionario del Signore, ha guarito gli infermi, resuscitato i morti, purifi cato i lebbrosi, cacciato i demoni. Essere le braccia e le gambe del Cristo, per lui, non era una metafora. È la realtà della nostra umanità di braccianti. Anzi della nostra umanità di scolari.

Don Lorenzo non aveva problemi di ricreazione, diceva che «la scuola è tutta una ricreazione». E non è vero che non consentiva le vacanze o il gioco. La vacanza e il gioco, come la matematica e la grammatica, erano scuola. Non di solo pane e giochi circensi, vive l’uomo! Scholé è già svago!

Non ci sono classi a Barbiana. Ci sono stanze di strumenti, di sci e di tavoli da lavoro e tavole di merende, di cartelloni di eclissi lunari, una piscina sotto il campanile, una cappella in cui fi nalmente ascoltare il Vangelo e scoprire che quelle parole divine ci corrispondono, che è una posta importante da ricevere e a cui dare risposta.

«Se mi domandate perché faccio scuola, rispondo che faccio scuola perché voglio bene a questi ragazzi». Ed era un amore politico, quello del Priore, nel senso più alto. «Dal punto di vista di parroco, ho l’incarico di predicare il Vangelo. Predicarlo in greco non si può perché non intendono. Sicché, bisogna predicarlo in italiano. Resta da dimostrare che i miei parrocchiani intendano l’italiano. Questa è quella cosa che io nego. Quantunque i miei parrocchiani siano toscani, quantunque usino espressioni dantesche ogni poco, non son capaci di un discorso lungo, di un discorso complesso, di una lingua che non sia quella che serve per vendere i polli al mercato di Vicchio il giovedì, o nei pettegolezzi delle famiglie. Una lingua così povera non è assolutamente suffi ciente per ricevere la predicazione evangelica. Questa è la condizione, direi di ordine pastorale, che non dovrebbe direttamente interessarvi, ma vi spiega un po’ perché mi occupo di questa cosa».

«Sono partito con l’idea di fare della scuola il mezzo di intendersi e predicare, poi nel far scuola gli ho voluto bene ed ora mi sta a cuore tutto di loro, tutto quello che per loro è bene, persino l’aritmetica che a me non piace e il loro bene è fatto di tante cose: della preparazione politica, sociale, religiosa, della cura della salute».

E sarebbe davvero irreale, obiettare che questo oggi non è più aderente al nostro tempo. Un tempo in cui a nessuno interessa più di tutto l’uomo. C’è un sistema più recondito, oggi, che ci toglie le parole, e spaccia sempre lo stesso gergo spoetizzante in lungo e in largo nell’infosfera in cui anneghiamo, come in un mondo parallelo. Basta dare un’occhiata alla riserva di vocaboli di chiunque oggi, ragazzi e adulti. Parole che ci mancano, come ci manca l’intimità, non perché non ci sia e non gridi dentro di noi, ma perché non sappiamo più farne un racconto davanti a un fuoco che sfrigola. Siamo analfabeti spirituali.

E seppure le apparenze mutano, ancora l’inganno del potere assume nuove forme e le disuguaglianze crescono (Magnifica Humanitas, 32). Ancora una volta, accusa il papa nella sua luminosa enciclica, «non si può lasciare che pochi attori orientino da soli i processi» (72). Questo era anche il j’accuse, anzi l’I care, di don Milani, profetico ancora oggi, dentro le sfi de educative dell’era digitale. «Anche oggi, davanti a tante violazioni della dignità umana che minacciano seriamente il futuro dell’umanità, la Chiesa incoraggia la promozione della dignità di ogni persona umana quali che siano le sue qualità fi siche, psichiche, culturali, sociali e religiose. Lo fa con speranza, certa della forza che scaturisce dal Cristo risorto, il quale ha rivelato in pienezza la dignità integrale di ogni uomo e di ogni donna» (Dignitas infinita, 66).

Papa Francesco aveva omaggiato don Lorenzo nel 2017, arrampicandosi anche lui fi no a Barbiana per il cinquantesimo anniversario della sua scomparsa. Papa Leone, più recentemente, in un discorso al clero di Roma (12 giugno 2025) non ha esitato a defi nirlo, insieme a don Primo Mazzolari e don Luigi Di Liegro «profeti di pace e di giustizia», nell’oggi di una storia complessa e stimolante come quella che viviamo e in cui desideriamo l’avvento del Regno nelle vite di tutti.

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