
Ci siamo coinvolti, certo non tutti e forse non tutti con lo stesso entusiasmo, al processo avviato dalla XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, voluta da Papa Francesco (Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione).
Dopo la Prima Sessione dell'Assemblea sinodale (ottobre 2023), la Relazione di Sintesi che ne era scaturita registrava che alcune questioni avrebbero richiesto un approfondimento ulteriore prima della Seconda Sessione (ottobre 2024). Allora sono stati istituiti diversi Gruppi di Studio, ciascuno incaricato di lavorare su uno specifico nodo teologico, pastorale o metodologico.
Il Gruppo N. 9 - che qualche giorno fa ha pubblicato il suo Rapporto Finale - aveva ricevuto il mandato di elaborare i criteri teologici e metodologici sinodali per affrontare quelle che il documento propone di chiamare, significativamente, "questioni emergenti" — piuttosto che "controverse" — nei seguenti ambiti: dottrinale, pastorale ed etico. Una risorsa, quindi, uno strumento, non una parola definitiva. Un discernimento condiviso, non una spada di Damocle.
Si propone un cambio di paradigma: passare dalla logica delle "questioni controverse" — centrata sulla risoluzione teorica di qualcosa che è “percepito” come problema — a quella delle "questioni emergenti", che dà all'esperienza vissuta del Popolo di Dio il valore di luogo teologico.
Il documento si articola in tre sezioni.
Prima di tutto il quadro teologico: la missione della Chiesa esige un'ermeneutica storica, esperienziale e pratica dell'umano, fedele all'ellisse che tiene insieme il fine escatologico del Vangelo e la condizione concreta delle persone nei loro contesti culturali. Questo implica tre dinamiche, tre forze preziose: la conversione relazionale, l'apprendimento comune e la trasparenza.
Un secondo momento introduce il "principio di pastoralità" in continuità con il fruttuoso, ma per molti versi ancora inesplorato, magistero del Vaticano II: non si può promuovere il Vangelo senza offrire all’interlocutore una “cavalcatura” congeniale. Che non significa annacquare il deposito, ma depositare l’acqua viva della tradizione in quei vasi di creta che siamo tutti. È ineludibile riconoscere il sensus fidei fidelium, il “fiuto della fede”, che è un dono al popolo di Dio. A questo proposito, la "conversazione nello Spirito" è lo strumento privilegiato di questo discernimento nella comunione, che si articola in un triplice ascolto: di noi stessi, della realtà, e dei saperi che devono essere “convocati” per dare profondità e peso alle nostre scelte.
Il terzo momento mette in relazione questo quadro, a prima vista un po’ teorico, con due questioni emergenti concrete: l'esperienza delle persone omosessuali credenti nella comunità cristiana, riflettendo con cura e attenzione sulle testimonianze raccolte (consigliatissimo il recente, agile volume, Che genere di Chiesa? Etica teologica e gender studies, EFI 2026); e la non violenza attiva, per la quale il Gruppo ha ascoltato l’esperienza del movimento serbo OTPOR, che propone un paradigma evangelico di trasformazione dei conflitti senza il ricorso alla forza, bruta e banale.
Da frati ci rendiamo conto che questo metodo, che nella nostra Provincia abbiamo recentemente accolto con frutto nelle nostre assemblee, ha una naturale consonanza con il sentire di Francesco.
Il nostro fratello e padre non era interessato tanto a sistemi teologici, eppure la sua vita fu una risposta radicale alla domanda che emerge di continuo: come si incontra il Vangelo nella carne viva dell’uomo?
Abbracciare i lebbrosi/il lebbroso, è stata una concreta prassi di "ascolto della realtà": Francesco non rimase a ciò che gli sembrava “amaro”, ma avvicinò il suo “nasino francese” al volto concreto dell'altro (e che altro!): l’altro incontrato nella periferia del suo mondo.
Quando nel documento si allude a un cambiamento di paradigma, a una forma di metanoia, una mentalità nuova, ecco che non si può non richiamare il modo della minorità. Francesco ribalta la logica del potere - del potere di allora certo, ma che si annida nella storia di sempre - non attraverso la contestazione frontale, ma con una vita capace, e cioè disposta a fare spazio al povero, pronta a percorrere la distanza da e verso i lontani, e una vita coraggiosamente, maternamente inclusiva. La circolarità tra teoria e prassi e il primato dell'esperienza credente vissuta, mi ricordano quell’impegno che la Gi.Fra fa risuonare nel suo Statuto: «passare dal Vangelo alla Vita e dalla Vita al Vangelo». L’amore si fa, e poi, se necessario, si predica.
Francesco va al Sultano e desidera, in cuor suo, che il Sultano ami e conosca Cristo, ma sceglie di andargli incontro disarmato. Basta al ferro delle spade e alla ruggine delle parole. Come non smette di ribadire Papa Leone, la pace del Cristo Risorto è «pace disarmata e disarmante, umile e perseverante. Proviene da Dio, Dio che ci ama tutti incondizionatamente» (Messaggio per la LIX Giornata della Pace, 1 gennaio 2026).
Anche l’accoglienza delle persone omosessuali credenti ci interpella e ci chiede ragione dell'incontro personale che ognuno di noi ha fatto con il Cristo: Egli ci ha amato nella nostra totalità preziosa, fragile, controversa, semplicemente umana, così come eravamo. La persona, ogni persona, è irriducibile a una categoria, come pure è refrattaria a una norma fissata di conformità. «Considera, o uomo, in quale sublime condizione ti ha posto il Signore Dio, poiché ti ha creato e formato a immagine del suo Figlio diletto secondo il corpo e a similitudine di lui secondo lo spirito» (Ammonizione V).
A noi non resta che rimboccarci le maniche e trovare una via possibile per vivere tutto questo. Con la sapienza umile di chi sa che la verità eccede le sue formulazioni, e che lo Spirito soffia dove vuole (Gv 3,8) e, per quel che ne sappiamo, desidera toccare ogni argine di città, ogni margine di ferita, perché tutto dell’uomo sia salvato.