Storie dai conventi

Francesco da Acireale

martedì 01 settembre 2026 di fr. Andrea Gatto OFMCap
Un formatore dei tempi nuovi

Francesco Valerio nasce ad Acireale nel 1891, si laurea in medicina nel 1916 e presta servizio come ufficiale medico nella Prima Guerra Mondiale, quando fa voto di consacrarsi a Dio se fosse sopravvissuto. Dopo anni di libera professione tra Roma e la Sicilia, e un travagliato conflitto tra l’amore per una ragazza e il desiderio della vocazione religiosa, entra tra i Cappuccini nel 1924; viene ordinato sacerdote nel 1929 e si dedica per anni alla missione di medico, che esercita gratuitamente per le persone più povere di Palestrina.

Nel 1938 parte missionario per l'Etiopia, dove diventa noto come "Abba Ahkim" (sacerdote medico) per l’instancabile servizio offerto durante un'epidemia di tifo, curando indistintamente cattolici, musulmani e copti. Le vicende della guerra lo costringono a continui spostamenti fino al rimpatrio forzato nel 1942, dopo un rocambolesco viaggio di circumnavigazione dell'Africa.

Rientrato in Italia, diventa Maestro dei novizi a Fiuggi (1946), incarico mantenuto per anni nonostante le critiche dei fratelli al suo metodo. Muore l'8 giugno 1967 dopo aver espresso, negli ultimi anni, una serena e quasi gioiosa attesa della morte.

Era un uomo mite, sereno, dotato di una grande capacità di ascolto, per quanto si intravedesse un temperamento ardimentoso, comune a chi (come chi scrive) nasce in un’isola vulcanica, ma che il Signore non aveva mancato di trasformare in dolcezza d’animo e corpo. Viveva di preghiera costante, immerso in una autentica devozione eucaristica e mariana, e dentro un rapporto con il Cristo, che negli anni crebbe come "fuoco". Nonostante la fama di santità diffusa tra confratelli e il popolo di Dio, rifiutava ogni celebrazione di sé. La sua eredità spirituale resta centrata sull'amore misericordioso come chiave di lettura di ogni rapporto con Dio e con gli altri.

L’ultima finestra del tempo della sua vita si aprì sulla formazione dei giovani frati.

Vale la pena riportare una buona parte del testo di una lettera sulla tappa del noviziato, che rivela un metodo, una strada di formazione inedita per quel tempo (siamo appena appena negli anni ‘50).

«A che si deve che le già scarse vocazioni naufraghino prima di giungere al porto? È forse colpa dell’indirizzo “nuovo” (non è più preciso dirlo serafico e quindi evangelico?), cioè guidare paternamente e con la minima coazione i novizi facendo loro vivere serenamente nel convento una vita di famiglia nelle relazioni reciproca tra novizi e Maestro e novizi tra loro e - per quanto possibile - anche con gli altri religiosi? Non sta a me rispondere: ho cercato di vivere e far vivere tale indirizzo fondandolo non tanto sulle forme esteriori della disciplina quanto sull’amore e sulla devozione che volevo spontanea e che giungesse fino all’intimo. Tale spirito di famiglia si voleva portare sino a lasciare a ciascuno la libertà nel seguire lo Spirito
del Signore e la sua santa operazione, e ciò nel tempo e nel modo conveniente individuo per individuo
».

La persona come soggetto, non oggetto della formazione

Le Costituzioni cappuccine, che sono il fondamento giuridico-carismatico su cui si innesta la nostra formazione, affermano che i formatori devono essere consapevoli che i frati che chiedono di essere “formati” alla nostra vita (che è una vita con-forme a Cristo) sono gli autori principali della formazione e che, fiduciosamente, collaborano chi li accompagna.

Questo è esattamente il principio che padre Francesco praticava quando rispondeva a un frate che gli chiedeva:«Se un novizio ti chiede di andare a Fiuggi [leggi: di uscire dal luogo del noviziato per andare da un’altra parte], tu che faresti?», «Lo manderei. Se lo chiede, deve andare!»: il rispetto della libertà della persona come protagonista del proprio cammino, non come destinatario passivo di un progetto imposto dall'alto.

Integrazione armonica delle dimensioni della persona

Le Costituzioni richiedono che nel tempo dell'iniziazione la formazione componga in modo armonico l'elemento umano e quello spirituale. È quella sapienza che la Ratio Formationis del nostro ordine (2019) sviluppa nel suo secondo capitolo, dedicato a integrare «in modo equilibrato, tutte le dimensioni che delineano l'uomo: la dimensione umana, spirituale, intellettuale, professionale».

Questo coincide puntualmente con l'impostazione di Padre Francesco, che — come emerge dalla sua lettera-manifesto — aveva ridimensionato il “mito” dell'osservanza regolare, le formule e le pratiche di pietà tipiche di una religiosità solamente esteriore, per puntare al cuore dei grandi doni dati all’uomo, la libertà, il rispetto, la sincerità.

Un accompagnamento personalizzato, non un sistema rigido

Sembra un’ovvietà, ma non lo è: fare attenzione agli schematismi artificiali per dare una maggiore attenzione a percorsi personali. Qualunque esso sia, un progetto formativo non è un manuale di soluzioni, ma uno strumento che illumina e orienta nelle difficoltà dell’umano, senza impedire ad alcuno di camminare per la propria strada.

Nella lettera che abbiamo riportato, è proprio quello che padre Francesco sembra intendere con l’espressione «individuo per individuo», oggi diremmo persona per persona, «nel tempo e nel modo più conveniente a ciascuno» — un'anticipazione notevole, a distanza di quasi settant'anni, di quello che la Ratio chiamerà poi personalizzazione del cammino formativo.

L'accompagnamento è vicinanza, non controllo

Papa Francesco, ricevendo il Capitolo Generale del 2018 dedicato proprio alla discussione della Ratio, ha indicato tra i tratti caratteristici del carisma cappuccino l'accompagnamento spirituale come vicinanza e l'umiltà che permette di accogliere tutti. Il maestro aveva una “regola d’oro”. Sono parole sue: «Ogni comunicazione con Dio conduce al prossimo. Il segno di autenticità di tutta la vita interiore è la scoperta del prossimo».

Questa "vicinanza umile" è precisamente ciò che le testimonianze su Padre Francesco dicono di lui: l'"eroismo dell'ascolto" (così lo descriveva un parroco che saliva al convento a sfogarsi), o l'atteggiamento empatico e paziente che dimostrava di avere verso gli importuni, i chiacchieroni, i giovani più esuberanti o critici.

«Il sabato è stato fatto per l'uomo e non l'uomo per il sabato» (Marco 2,27). Prima la persona, poi la norma. Francesco da Acireale, maestro di molti dei nostri frati più anziani, aveva profetizzato già agli inizi degli anni ‘50 un modello di formazione basato non più sull'uniformità disciplinare ma su un cammino che rispetta i tempi, la libertà e l'unicità di ciascuna persona, scoperta e incoraggiata dentro una relazione di accompagnamento intrisa di amore. Ciò che ai suoi tempi valse a Padre Francesco critiche di essere "poco concludente" e "sconcertante" nella sua libertà pedagogica, è oggi — nei documenti ufficiali dell'Ordine — il vero cuore di ogni processo formativo.

La vita cristiana è conformità a Cristo: entrare a far parte del suo essere, del suo modo di esistere. La via della consacrazione nella vita religiosa dunque deve favorire questa consegna. «La conformità - afferma la teologa Maria Campatelli - non è imitazione di un insieme di proprietà esterne, ma passa attraverso la comunione».

La comunione con i suoi fratelli novizi è stata sempre la prima occupazione di questo fratello cappuccino chiamato ad essere loro maestro, divenuto per generazioni di frati un testimone della paternità buona di Dio, uno che - semplicemente - voleva bene alla vita di quei ragazzi, che oggi sono i più vecchi di noi e, forse, i più liberi.

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