Interviste

Francesco, tra fede e frontiera

martedì 07 luglio 2026 di fr. Andrea Gatto OfmCap
Semi di vita eterna in Albania

«…sono un religioso che non vive sospeso in aria ma piuttosto su questa terra che si chiama Albania, tra genti albanesi; sono un religioso che ha rapporti stretti col Signore ma il sangue albanese che ribolle nelle mie vene, lo spirito albanese che anima il mio pensiero e la mia parola, l’ambiente e le tradizioni albanesi che, circoscrivendo da ogni dove la mia vita intellettiva e morale, esplodono nel mio spirito, nei sentimenti e nelle tradizioni, non possono spegnersi in me!». Queste parole del francescano Anton Harapi (1988-1946), raccontano quanto sia tenace il sentimento di appartenenza del popolo albanese, a cui alcuni nostri frati cappuccini sono stati inviati per servire la Chiesa come missionari. Da lunga data, i francescani che vivono e testimoniano il Cristo in queste terre illiriche, lo sanno: la fede - ogni fede - alimenta il senso di appartenenza alla propria terra. Fede e cultura sono alleate. Questo sentimento di appartenenza culturale affascina anche altri, che in ogni tempo, decidono di dedicare il proprio zelo alla cura dei cristiani di Albania.

Incontriamo allora fra Matteo Di Seclì che nell’anniversario degli ‘800 anni della morte di S. Francesco, insieme a una ventina di giovani e ai fratelli missionari cappuccini, ha imbastito qualche mese fa un’opera teatrale amatoriale dal titolo: “Seme di vita eterna: gli ultimi istanti della vita di Francesco d’Assisi”.

Ciao Matteo! Prima di entrare nel bello dell’esperienza che racconteremo, puoi presentarti ai lettori di Frate Indovino?

Pace e bene a tutti! Sono fra Matteo, della Provincia di Puglia, missionario in Albania ormai da quasi 10 anni. Ho 40 anni e sono anche un sacerdote. Vengo da Taurisano, un paesino in provincia di Lecce, nella diocesi di S. Maria di Leuca. La mia scelta vocazionale è nata nella mia famiglia fi n da piccolo, vivendo in parrocchia. I miei due punti di riferimento sono state nonna e mamma, che mi hanno, per così dire, “introdotto” a Gesù, e per questo le ringrazio! Sono felice di essere un missionario, è il dono più grande che il Signore mi abbia fatto, perché ha dato un colore e un gusto specialissimi al mio essere frate minore cappuccino.

Come nasce l'idea di una rappresentazione teatrale per celebrare questo anniversario?

Nella Delegazione di Albania siamo nove frati, tra italiani, albanesi e tedeschi. Già da un po’ di anni usiamo l’arte come mezzo privilegiato per evangelizzare. Nel 2018 abbiamo realizzato qui in Albania un grande Presepe Vivente, come anche una Via Crucis e altri spettacoli intrecciati di canti e teatro, in cui coinvolgiamo bambini e adulti perché facciano esperienza dell’amore di Dio. Vivendo questo Giubileo
Francescano, abbiamo creduto bello impegnare i nostri ragazzi in una rappresentazione scenica e musicale della morte di Francesco d’Assisi. E devo dire che sia nell’immaginarla che nel realizzarla abbiamo ricevuto conferma che l’arte è davvero uno strumento privilegiato per annunciare il Vangelo.

L'800° anniversario della morte di San Francesco poteva essere celebrato in tanti modi — perché avete scelto il teatro come forma espressiva, e cosa vi ha convinto che fosse la strada giusta?

In questo Centenario abbiamo anche proposto una scuola di preghiera francescana, in comunione con le sorelle clarisse, un ciclo di sei catechesi che hanno raccontato la fragilità di Francesco dalla sua giovinezza alla maturità e alla morte, un percorso spirituale nutrito da insegnamenti spirituali ed eucaristia. Proprio a partire da questo, confrontandoci con i nostri giovani e tra di noi, ci è sembrato che l’arte performativa fosse un terreno favorevole per approfondire l’esempio e la vita di Francesco, proprio perché avrebbe favorito un contatto diretto con la sua storia sceneggiata e le canzoni che sono state composte nel tempo, ispirate alle fonti e ai suoi scritti.

Coinvolgere venti giovani volontari, nessuno dei quali attore professionista, era una scommessa rischiosa. Cosa vi ha spinto a questa scelta?

A noi frati interessava non tanto realizzare un pezzo di virtuosismo teatrale, non c’importava infatti che fossero cantanti o attori professionisti, ma che i nostri giovani facessero una viva esperienza, che entrassero in una dinamica di grazia. Insieme abbiamo meditato le Fonti, insieme le abbiamo pregate, facendo in modo che la recitazione fosse un’immersione spirituale nella scena, comprendendo in prima persona il messaggio di Francesco per poi ridonarlo agli altri, come un frutto da condividere. Abbiamo rischiato sì, ma il nostro obiettivo non era tanto la qualità “estetica” del lavoro, ma il cuore. 

Cosa ha signifi cato lavorare con ragazzi mossi solo dalla fede, senza una formazione artistica? Ci sono stati momenti di diffi coltà, sorprese e grazie inaspettate?

I ragazzi ci hanno creduto, e noi con loro. Ci sono stati momenti di diffi coltà, naturalmente. Soprattutto nel confrontarsi con il dolore del limite, della sofferenza e della morte. Questa esperienza ha toccato le loro corde più nascoste, magari indicibili. Ma abbiamo fatto questo percorso, spirituale e umano, insieme. Grazie a Dio quello che poteva rimanere un ostacolo insormontabile, si è trasformato in una nuova visione del soffrire e del morire. Anche la paura di non farcela, di non riuscire a dire certe parole o di assumere i panni di uno che muore, è diventata un’esperienza di fede: c’era una parola di pace e speranza anche lì dentro. Una delle grazie inaspettate sono state le lacrime dei nostri ragazzi, nello scoprire la morte non come una nemica, ma come una porta che si apre. Abbiamo visto in loro una conversione dello sguardo, e alcuni ci hanno condiviso che grazie a questo confronto si sono potuti riconciliare persino con il lutto per la scomparsa dei loro cari.

Tra le otto scene dello spettacolo, ce n'è una che ti ha colpito in modo particolare durante le prove o la messa in scena e che vuoi condividere con noi?

Una scena in particolare. Tutto inizia nella stanza del Vescovo di Assisi, dove Francesco è stato accolto per vivere gli ultimi momenti della sua vita. Un uomo che ha sempre vissuto in povertà e semplicità, con poche cose, accetta di vivere la sua morte in un luogo più confortevole, quasi comodo. I frati pensavano che ormai sarebbe stata quella l’ultima dimora prima della sua pasqua. Francesco invece, dopo aver lodato nel canto la morte come una sorella, decide di essere portato alla Porziuncola, lì dove tutto era iniziato. Qui la svolta. Francesco è un uomo che non smette di destare meraviglia: dove noi crediamo che sia tutto fi nito, compiuto, ancora una volta lui riesce a rimettersi in cammino, di riandare all’essenzale, alle fonti della sua vita nuova. Penso sia stata la scena più bella, quella in cui chiede di essere riportato nella chiesetta di S. Maria degli Angeli, sotto lo sguardo incredulo dei frati, così com’era, malatissimo e stremato, per essere adagiato lì sulla nuda terra, e rendere così quell’istante estremo una vera liturgia, nell’ascolto della Parola, nello spezzare il pane con i fratelli, nella lode che diviene cosmica. Questa scena, personalmente, mi ha toccato moltissimo.

Francesco muore cantando, benedicendo, accogliendo la morte come una sorella. Quanto è stato diffi cile trasmettere questo modo radicalmente diverso di guardare alla morte, soprattutto a un pubblico contemporaneo?

Francesco, dopo 800 anni, è ancora attualissimo, con la sua parola capace di andare controcorrente; ed è proprio ciò di cui abbiamo bisogno: il suo modo di vedere il limite come una possibilità. E non ne ha bisogno solo, in generale, il mondo contemporaneo, ma anche la cultura albanese: ha bisogno di ascoltare questa novità. Che la morte non è un’antagonista ma il compimento di chi nasce: il contrario della morte non è la vita, ma la nascita. Vivere signifi ca non solo non morire, ma morire e rinascere. E questo morire e rinascere non lo chiamiamo con un nome terrifi cante, ma lo accogliamo con il nome di “sorella”, perché ci sia familiare.

Questa è una missione albanese — un contesto culturale e religioso molto diverso dal nostro. Quanto ha infl uito l'identità della comunità locale sul modo in cui avete raccontato Francesco?

Come dicevo all’inizio, questa dell’Albania è una Delegazione missionaria e sicuramente, come è avvenuto sempre per il Vangelo, si incarna in una cultura e in una storia. Rimango sempre meravigliato di come Vangelo e carismi non sono relegati a una cultura o a una storia passata di una terra lontana, ma restano sempreverdi, vitali per tutti. L’Albania, con la dittatura, il martirio, ha conosciuto la vera morte. E aggiungere a questo quello che, di sorella morte, ha detto e vissuto Francesco, dà un senso ancora nuovo agli interrogativi di tanti fratelli albanesi che hanno dato la loro vita per Gesù Cristo e la Chiesa. Ogni storia di dolore e di perdita, a ogni latitudine, è fecondata dal Vangelo e illuminata dal modo in cui i santi hanno saputo raccontarla con la propria vita.

C'è qualcosa del carattere albanese, della sua storia o della sua spiritualità, che ha dato una sfumatura particolare a questa rappresentazione?

La dimensione “celebrativa”. In Albania la morte è vissuta come una grande celebrazione. Me ne accorgo quando celebriamo qui i funerali. Tutta la famiglia - che qui è un concetto che si allarga a dismisura! - si stringe intorno al dolore dell’amico, del parente che ha subito il morso della morte, in un atteggiamento di profonda solidarietà (spirituale, certo, ma fatta di gesti concreti), e questo diviene un rito, non solo religioso, ma anche di autentica “socializzazione”, per riallacciare legami che si erano deteriorati nel tempo e così ritrovarsi. E quindi la storia di Francesco, del suo modo di celebrare il suo passaggio all’eternità come cristiano, è stato un imput formidabile anche per rileggere il dono della Risurrezione (che è il centro del kerygma cristiano) nelle categorie di questo popolo così fi ero e verace. Per noi cristiani morire in Cristo è il vero guadagno, e questo è un tesoro attingibile da ogni popolo, e per il popolo albanese con cui viviamo la nostra missione è stato ugualmente così.

Nel ringraziare Fra Matteo per averci concesso questo tempo, ricevo da lui l’invito a visitare la missione cappuccina in Albania. Lo accolgo con entusiasmo, perché la vita che ci è stata raccontata da fra Matteo, è una vita attraente, piena non solo di quell’ardore salentino che lo contraddistingue, ma profumata della gioia del Vangelo! La vita del missionario, come ci ricorda il Concilio, è una vita unita a Cristo, primo missionario della nostra umanità, pronta a spendersi senza riserve, a rinunciare a se stessa per « farsi tutto a tutti» (1Cor 9,22).