La storia dei Cappuccini

Nel 1525, un giovane frate del neonato Ordine dei Frati Minori della Regolare Osservanza, fra Matteo da Bascio, fuggì dal suo convento di Montefalcone Appennino, dalla finestra, senza tonaca. I frati pensarono che gli avesse dato di volta il cervello e che se ne fosse andato mezzo nudo per le montagne.
Ma fra Matteo si era fatto, con pezze grezze di bigello, una tonaca stretta e corta, con un cappuccio quadrato, e lo aveva cinto con un pezzo di corda. Sapeva che quello doveva essere il vero abito di san Francesco, che i frati avevano indossato fino alla catastrofe dell’eresia della povertà. Era un abito fatto a forma di croce, come lo aveva voluto e lo aveva indossato Francesco: lo aveva letto nella Leggenda antica, un libro che pareva perduto, ma che i frati (anzi, i fraticelli) si erano trasmessi per generazioni.

Il gesto compiuto da fra Matteo fu ritenuto un segno divino da un altro giovane frate del nuovo Ordine francescano: fra Ludovico Tenaglia da Fossombrone. Questi ritenne che fosse arrivato il momento di riprendere l’abito (che è simbolo dell’habitus, il modo di vivere) di Francesco e dei suoi Compagni, abbandonando l’interpretazione legalistica della Regola e tornando alla condizione di umiltà e povertà originarie attraverso l’abbandono di qualunque strumento di potere e di sicurezza economica. Ricordava la profezia del ministro generale Giovanni da Parma, morto a Camerino nel 1289, il cui santo corpo è venerato in cattedrale: la vera riforma dell’Ordine sarebbe avvenuta nello spirito e nell’abito del Fondatore.
Insieme a suo fratello fra Raffaele, Ludovico fuggì dal convento di Fossombrone e insieme indossarono una tonaca come quella di fra Matteo. Allora, sollecitato dal ministro generale, il ministro provinciale dell’Ordine dei Frati Minori della Regolare Osservanza ottenne da Roma, nel marzo 1526, la scomunica per i tre frati.
Costretti a nascondersi per non essere catturati dalle guardie armate, Ludovico e Raffaele cercarono asilo presso il più grande riformatore italiano, il monaco camaldolese Paolo Giustiniani, che viveva presso l’eremo delle Grotte a Massaccio, l’odierna Cupramontana. Paolo Giustiniani, ascoltati i propositi di Ludovico, decise di coinvolgere nella questione un alleato potente: la duchessa di Camerino, Caterina Cybo.

Caterina, allora venticinquenne, era figlia di Maddalena de Medici, figlia a sua volta di Lorenzo il Magnifico, signore di Firenze. Suo padre, Franceschetto Cybo, era figlio avuto in gioventù da Innocenzo VIII, prima, ovviamente, che diventasse papa. Fratello di sua madre Maddalena era stato papa Leone X († 1521). Il papa allora regnante, Clemente VII, era figlio di Giuliano de Medici, fratello di Lorenzo, ucciso nella congiura dei Pazzi. Nella sua genealogia prossima, Caterina Cybo era dunque nipote di ben tre papi, compreso quello vivente.
Nel 1520 era stata data in moglie a Giovanni Maria da Varano, figlio di Giulio Cesare.
Unico scampato dalla strage ordita dal Valentino nel 1502, Giovanni Maria era stato investito della dignità di Duca da papa Leone X nel 1515, in vista del suo matrimonio con la nipote, vera destinataria del titolo. Caterina non era solo una delle più potenti donne italiane, ma un’intellettuale pienamente inserita nel movimento di riforma cattolica, quella riforma pensata e promossa dalle menti più colte e spirituali d’Italia come ritorno della Chiesa allo Spirito evangelico. Conosceva il latino e il greco e sapeva leggere la Bibbia in ebraico. La consonanza tra l’intenzione di fra Ludovico per l’Ordine di san Francesco e la visione che Caterina aveva della riforma per tutta la Chiesa fu perfetta: Caterina ottenne subito dalla curia papale, già nel maggio 1526, il permesso di vivere liberamente secondo lo Spirito della Regola di san Francesco per fra Ludovico, fra Raffaele e fra Matteo.
I tre frati non erano soli. Fra Matteo si diresse verso Fabriano, dove radunò un piccolo gruppo di eremiti. Ludovico e Raffaele seguirono la duchessa a Camerino con alcuni altri frati usciti dall’Ordine. Si stabilirono provvisoriamente presso la villa di Arcofiato, accanto alla chiesa di San Cristoforo: ne restano le rovine sulla collina, i ruderi della chiesa con la sua abside semicircolare e la cripta delle sepolture, con una strada lastricata dissestata dalla boscaglia. Poco più tardi, la duchessa provvide a una sistemazione migliore e il Capitolo dei canonici offrì l’antica chiesa di San Giovanni a Colmenzone, già appartenuta a una congregazione eremitica.
Nel frattempo, venne la peste e nel 1527 il duca Giovanni Maria da Varano morì. Secondo la tradizione, l’aiuto che portarono ai malati in quell’occasione fu causa di una straordinaria amicizia che nacque tra la gente e i frati, che, a motivo del loro cappuccio quadrato, furono detti Cappuccini.
Passata la crisi dovuta alla peste, Caterina Cybo portò a compimento la sua opera nei confronti dei frati. Il 3 luglio 1528, a Viterbo, dove si trovava la corte papale fuggita da Roma dopo il saccheggio dei Lanzichenecchi, la duchessa di Camerino ottenne per Ludovico e Raffaele un documento impossibile, la bolla Religionis zelus, che permetteva a due soli frati di iniziare un nuovo Ordine religioso contro il quale nessuno avrebbe potuto porre ostacoli.
La crescita della Riforma cappuccina fu perciò esponenziale. Il nome ufficiale registrato dal documento era: Frati Minori della vita eremitica di san Francesco. Le Costituzioni pubblicate nel 1536 aggiungevano: detti Cappuccini.
Nel 1529 la stessa duchessa dovette provvedere a nuove case. Fu allora che acquistò o ottenne in donazione, da un prete di nome Precetto Precetti, il luogo di Renacavata, che i Cappuccini hanno da sempre considerato la loro prima casa, il luogo delle loro origini.