Spiritualità

San Francesco e sorella morte

lunedì 23 marzo 2026 Card. Raniero Cantalamessa OFMCap
Il Card. Raniero Cantalamessa ci presenta la morte, illuminata da Cristo e vissuta da san Francesco, come realtà seria ma liberata dal suo terrore grazie alla fede e all’offerta quotidiana della vita nell’Eucaristia.

Gesù, dice la Lettera agli Ebrei, è venuto a “liberare quelli che, per timore della morte, erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Eb 2,15). È venuto a liberarci dalla paura della morte, non ad accrescerla. Bisogna però avere conosciuto questa paura per esserne liberati. Gesù è venuto a insegnare la paura della morte eterna a quelli che non conoscevano che la paura della morte temporale. La morte eterna! “Morte seconda”, la chiama l’Apocalisse (Ap 20, 6). Essa è l’unica che merita davvero il nome di morte, perché non è un passaggio, una Pasqua, ma un terribile capolinea. È per salvare gli uomini da questa sciagura che è importante continuare a predicare ai cristiani sulla morte.

Nessuno più di Francesco d’Assisi ha conosciuto il volto nuovo della morte cristiana. La sua morte fu davvero un passaggio pasquale, un transitus, come viene celebrato nella liturgia francescana. Quando si sentì vicino alla fine, il Poverello esclamò: “Ben venga, mia sorella morte!”. Eppure, nel suo Cantico delle creature, accanto a parole dolcissime, sulla morte egli ne ha alcune tra le più terribili:

Laudato sii, mio Signore, per sora nostra morte corporale, dalla quale nessun uomo vivente può scappare: guai a quelli che morranno nei peccati mortali; beati quelli che troverà nelle tue santissime volontà, ché la morte seconda non farà loro alcun male”.

Guai a quelli che morranno nei peccati mortali! “Il pungiglione della morte è il peccato”, dice san Paolo (1Cor 15, 56). Ciò che dà alla morte il suo più temibile potere di angosciare l’uomo credente e di fargli paura è il peccato. Se uno vive in peccato mortale, per lui la morte ha ancora il pungiglione e il veleno, come prima di Cristo. Ferisce, uccide e manda alla Geenna. Non temete – direbbe Gesù – la morte che uccide il corpo e dopo non può fare più nulla. Temete quella morte che, dopo avere ucciso il corpo, ha il potere di gettare nella Geenna (cf Lc 12,4-5). Togli il peccato e hai tolto anche tu alla morte il suo pungiglione! Istituendo l’Eucaristia, Gesù anticipò la propria morte. Noi possiamo fare lo stesso. Anzi Gesù ha inventato questo mezzo per farci partecipi della sua morte, per unirci a sé. Partecipare all’Eucaristia è il modo più vero, più giusto e più efficace di “apparecchiarci” alla morte. In essa celebriamo anche la nostra morte e la offriamo, giorno per giorno, al Padre.

Nell’Eucaristia noi possiamo far salire al Padre il nostro “amen, sì”, a ciò che ci aspetta, al genere di morte che egli vorrà permettere per noi. In essa noi “facciamo testamento”: decidiamo a chi lasciare la vita, per chi morire. Siamo nati, è vero, per poter morire; la morte non è solo la fine ma anche il fine della vita. Questo, però, lungi dall’apparire una condanna, appare un privilegio. “Cristo – dice san Gregorio di Nissa – è nato per poter morire”, cioè per poter dare la vita in riscatto per tutti. Anche noi abbiamo ricevuto in dono la vita per avere qualcosa di unico, di prezioso, di degno di Dio, da potere, a nostra volta, offrire a lui in dono e in sacrificio. Quale uso più bello si può pensare della vita, che farne dono, per amore, al Creatore che per amore ce l’ha donata? Con tutto ciò non abbiamo tolto al pensiero della morte il suo pungiglione, la sua capacità di angosciarci che anche Gesù ha voluto sperimentare nel Getsemani. Siamo però almeno più preparati ad accoglierla – insieme a Francesco – come sorella. 

Tratto dal Calendario 2026 di Frate Indovino