Spiritualità

Il silenzio di chi sa ascoltare

martedì 07 luglio 2026 di Francesco Gioia
Tratto da "Parlare tacendo nei pensatori antichi e moderni"

"Ascoltare" (dal latino "auscultare": "auris" = "orecchio" e "cultare" = "osservare") significa prestare attenzione a qualcuno che parla e alla propria coscienza, oppure seguire un consiglio o un insegna- mento nel senso di "obbedire" o "accogliere dentro di sé".

Occorre distinguere l'azione fisica di "udire" o di "sentire" da quella psicologica di "ascoltare". "Udi- re" è un atto fisiologico passivo senza nessuna partecipazione, che al massimo si limita a filtrare la conversazione secondo i propri schemi mentali; mentre "ascoltare" è un atto psicologico attivo e volontario di attenzione di condivisione dei problemi altrui senza esprimere giudizi, nella convinzione reciproca che es- sere ascoltati è già un dono e una liberazione.

L'ascolto attivo richiede il superamento della logica espressa dal binomio "giusto-sbagliato", "aver ragione-aver torto", "amico-nemico" per giungere alla convinzione che l'interlocutore è persona degna e che i suoi comportamenti, anche se sembrano irragionevoli, per chi ascolta sono totalmente accettabili.

Un detto dello Zen e del Taoismo recita: "Quando ascolti davvero, non c'è più chi ascolta e cosa ascoltare, ma c'è solo ascolto", ossia l'atto diventa esperienza di vita senza un "io" e un "tu".

In questo contesto un discepolo di Lao Tzu (VI secolo a.C.) afferma: "Parlare è il modo di esprimere sé stesso agli altri. ascoltare è il modo di accogliere gli altri in sé stesso; il principio fondamentale dell'a-scolto è svuotare la mente in modo che sia chiara e calma: metti da parte ogni sensazione, ogni pensiero, ogni riflessione".

Ascoltare fa capire all'altro che egli non è ignora- to e soprattutto di non è giudicato, ma accolto senza alcun pregiudizio. "Ascoltare" significa riconoscere e accettare l'altro come persona, comprendere anche le sue emozioni e ciò che egli non dice. È la base di ogni vero rapporto interpersonale. "Ascoltare con attenzione è già una forma di consolazione".

Per il filosofo francese di origine ebraico-lituana Emmanuel Lévinas (1906-1995) "il linguaggio non è un semplice mezzo di comunicazione: è già relazione con l'altro"; parlare significa riconoscere l'altro; la parola autentica non nasce da un'esigenza di esprimere sé stessi, ma dal silenzio che rispetta l'altro; senza il rispetto dell'altro, la parola diventa violenza o imposizione; il silenzio non è mera assenza di parola, ma è la condizione per ascoltare l'altro.

All'uomo moderno, che sa bene che "niente è più facile che parlare", come affermava il commedio- grafo latino Terenzio (190/185-159 a.C.). Confucio (551-479 a.C.) ricorda che "il saggio parla poco, ma ascolta molto". Da parte sua, Buddha (VI-V sec. a.C.) consiglia: "Parla solo se le tue parole sono migliori del silenzio".

Infatti, Zenone di Cizio (333-264 a.C.) riteneva che "la ragione per cui abbiamo due orecchie ed una sola bocca è che dobbiamo ascoltare di più, parlare di meno". A un giovanotto che cianciava troppo disse: "Le tue orecchie si sono fuse con la lingua". Da parte sua, Cleobulo (VI sec. a.C.), uno sei Sette Sapienti dell'antica Grecia, consigliava "di essere amante dell'ascoltare piuttosto che del blaterare".

Il silenzio non nasce dal comandamento: "Taci", ma dall'invito: "Ascolta", che corrisponde ad un bi- sogno naturale. A proposito, Plutarco (46-120) osserva: "L'ascolto è una delle pratiche fondamentali per il conseguimento di quella conoscenza di sé, che è a sua volta la premessa per liberarsi dalle inquietudini e pervenire alla serenità interiore. Saper ascolta- re in modo corretto significa poter trarre il massimo profitto da una conversazione".

Si può concludere con l'osservazione folgorante di Madeleine Delbrêl (1904-1964): "Il silenzio è tal- volta tacere, ma è sempre ascoltare".

Tratto da "Parlare tacendo nei pensieri antichi e moderni" di Francesco Gioia, EFI, 2025