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L'attualità e gli approfondimenti dal mensile

Frate Indovino

Primo Piano

Piccole cose nella pandemia

03 aprile 2020
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Nell’emergenza di queste settimane dovute al coronavirus abbiamo un’inattesa possibilità di scoprire o riscoprire cose, oggetti, fatti, atteggiamenti che avevamo dimenticato. Ne proponiamo uno ogni giorno, per poter meglio vivere questo periodo, senza lasciarci prendere dalla noia o dalla paura. Un modo di darsi coraggio e, un po’, di sorridere alle piccole cose della vita che diventano grandi.

Maschera
Le mascherine sono un elemento di non poco conto in questi giorni di epidemia da Covid-19. Quando si esce di casa è diventato un accessorio obbligatorio, come la borsa, le scarpe, i pantaloni… Anche se evidentemente la usiamo nei momenti in cui ci avviciniamo ai nostri simili, a essere umani. Nella tradizione greca il teatro drammatico era interpretato da attori sempre rivestiti di maska, maschera, che in latino è stato tradotto con persona. Le lingue neolatine hanno poi scelto di usare questo termine persona per indicare non solo l’individuo nella sua solitudine e nella sua fisicità, ma l’uomo o la donna nella sua totalità, corpo, spirito, anima, tenendo conto, quindi, anche della sua personalità, delle sue tendenze, del suo dover essere, della sua vocazione più profonda, sia spirituale che umana nel senso più ampio. E allora, quando vedo una mascherina che mi si avvicina, non solo cerco di rimanere il più distante possibile da quell’essere umano che cammina, ma cerco anche di capirne i tratti, la personalità, la profondità. Quindi, anche se non riconosco chi si cela dietro quella mascherina, voglio e debbo rispettarla, nel suo piccolo-grande mistero, nella sua unicità. La maschera-persona nel teatro greco non indicava solamente che la personalità di ogni essere umano non può essere mai svelata pienamente, e quindi non può mai essere nemmeno capita pienamente, ma anche che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire nell’altro, che io non conosco. Quindi la mascherina è un invito ad approfondire la conoscenza, magari via telefono, o aspettando il tempo in cui potremo di nuovo socializzare senza paura del virus. Ogni persona che si cela dietro la mascherina nella sua libertà ha coltivato qualità e virtù che vanno oltre i suoi limiti e i suoi vizi.

Profumo
Ogni mattina, distrattamente – pschhh pschhh – mi nebulizzo sul corpo un paio di spruzzi di profumo, quello che ho sottomano. Non ci faccio caso più di tanto, è una pratica fatta di corsa come radermi, spazzolare i denti, pettinarmi. Oggi guardo per caso il nome del profumo: Black Poison. Un regalo. «Ohibò, mi spruzzo del veleno?», mi dico, in un’epoca come quella del coronavirus c’è da star in campana. Mi fermo a respirare quel profumo, chissà se sa veramente d’oppio, torno a un lontano concerto dei Black Sabbath in cui i miei amici fumavano dell’oppio. Sì, qualcosa ricorda il mio organo dell’olfatto. Un pensiero tira l’altro. MI rendo conto che i nomi dei profumi sono originali, strani, eterei, come il profumo. M’accorgo che possono essere raggruppati sotto quattro o cinque categorie: a) esotici (Jaipur, Fahrenheit, Baobab…); b) erotici (Nude, Elisir d’amour, Narcisse…) ; c) esoterici (Poison, Magic, Sciamanic…); d) eversivi (Hypnotic, Trasgression, Black Opium…); e) soprattutto estatici (Ethernity, Olimpus, Absolu, J’adore, Cosmos, AllSaints, Harmony, Carita…). Non a caso. Con la reclusione forzata diminuisce l’inquinamento, si avverte di più il profumo della vita, delle cose di questo mondo, nel bene e nel male. La mattina, passeggiando alle 6, trovo solo un negozietto aperto, che fa manaish: il profumo di pane si spande per tutta la strada, come un segno di nostalgia e di convivialità. Il profumo evoca, ci ricorda che tutto quello che ci colpisce nella vita evoca “altro”. Oggi che le cose che ci occupano diminuiscono e si interiorizzano, l’evocazione è di nuovo centrale, ci accorgiamo di evocare, A cominciare dalla dimensione spirituale.

Tempo
In questi giorni di reclusione ritroviamo il gusto dei pasti, della loro regolarità, della loro convivialità. Persino la merenda, messa in soffitta dalla intensità della vita lavorativa, ritrova un suo posto privilegiato nella giornata. Per taluni ridiventa quasi più importante dei pasti. Il fatto è che il tempo deve passare, e non passa poi molto in fretta. Così i pasti ci aiutano a vincere il tedio e la paura. Ricordo che nei miei anni francesi vissi un episodio significativo: tornando in aereo a Roma, per turbolenze gravi, era impossibile atterrare, e così a Napoli, e poi ancora a Fiumicino. Trovammo la terra a Pisa. Il passeggero dinanzi al mio sedile fu fatto scendere cadavere: aveva avuto un infarto. Così per un anno non presi più l’aereo, preferendo il treno, il Palatino. Ma dovevo pur ricominciare a viaggiare in aereo, e allora uno psicologo mi suggerì di segmentare il tempo: scrivermi un programma di cinque minuti in cinque minuti. Dalle 10.30 alle 10.35 leggere tal libro; dalle 10.35 alle 10.40 sentire una canzone di Battiato; dalle 10.40 alle 10.45 pregare… Debbo dire che nel giro di un paio di voli ho capito che non avrei più smesso di viaggiare in aereo… Così è di questi giorni di reclusione forzata: cercare di ordinare il tempo, di piegarlo in qualche modo ai nostri voleri, ammobiliare la giornata in modo che appunto non ci assalgano o il tedio (la noia) o la paura (o il terrore) per quello che sta succedendo. Funziona, basta provarci e avere un po’ di fantasia. Fatto il programma lo si può anche cambiare, ma intanto sappiamo così dove siamo e dove arriveremo.

Guanti
Di questi tempi un altro accessorio da non dimenticare uscendo di casa sono i guanti di lattice. Una volta erano segno di nobiltà (i reali erano sempre guantati), o di deferenza alla nobiltà (le guardie reali lo erano anch’esse), ma piano piano questa tradizione è entrata in desuetudine. Rimangono i guanti usati per ragioni di igiene (i guanti di plastica oggi tanto di moda), o per ragioni lavorative (i grossi guanti di cuoio o altro materiale resistente). Oggi, noi comuni mortali, ci ritroviamo ad usarli quotidianamente per fare la spesa, dei colori più diversi e rigorosamente monouso. Nulla dei guanti raffinati della nobiltà, eleganti della deferenza, né di quelli robusti da lavoro. Questi guanti sono il simbolo e lo strumento del nostro rispetto verso noi stessi e verso gli altri: non voglio ammalarmi e non voglio trasmettere il coronavirus ad altri, soprattutto alle persone anziane. Un pensiero che viene in questi frangenti, è che normalmente il corpo si relaziona con l’ambiente e con gli altri attraverso la pelle. È il nostro mezzo di comunicazione per eccellenza. Pelle che non è, come sembrerebbe, un isolante, ma al contrario un comunicatore, perché lascia passare gli umori del corpo e respira… a pieni pori. Se in effetti teniamo troppo a lungo i guanti, soprattutto di plastica, la pelle muore. Mettere i guanti è un sacrificio per tanti, ma è vitale, si trasmette vita, ci mostra quanto è importante la relazione umana. Certo, questi guanti usa e getta hanno un difetto, non sono ecologici. Ma, come sempre nella vita moderna, bisogna fare un calcolo di costi/benefici: meglio un paio di guanti gettati nella spazzatura che dieci sacchetti di plastica monouso usati senza criterio.

Icona
«Nelle ormai consuete passeggiate casalinghe cucina-salotto-sala da pranzo-camera da letto-terrazza (ho la fortuna di averla) per forza di cose mi accorgo di alcune suppellettili alle quali finora ho fatto poca attenzione. Nel corridoio tra cucina e sala da pranzo, ad esempio, è appesa una riproduzione un po’ sbiadita e impolverata dell’Annunciazione del Beato Angelico, così elegante e perfettamente disegnata. In sala da pranzo, poi, su una mensolina c’è un’icona che zia Maria ha portato da Medjugorje e che non posso spostare perché se la prenderebbe a morte. Nella mia stanza da letto, in un angolo dietro la porta, ho affisso una riproduzione del Gesù abbandonato di Guido Reni, che in origine è un dipinto mentre quella che io ho è una xilografia in bianco e nero: sta lì da sempre, ma non la vedevo. E poi, in terrazza, c’è una statuetta di Padre Pio che non so nemmeno come sia finita lì, forse era stato il vecchio parroco a darmela un giorno in cui mi disse che dovevo credere ai miracoli del Signore. Infine, m’accorgo che in cucina è affisso il Calendario di Frate Indovino, con la creazione di Adamo ben disegnata. Oggi, in una delle mie passeggiate quotidiane, quella serale, m’accorgo di queste immagini sacre che ho sparso per casa. E mi fermo un istante dinanzi a ognuna di esse. All’Annunciata chiedo un briciolo della disponibilità al volere del Signore da lei manifestata all’arcangelo Gabriele. All’icona che viene da Medjugorje rivolgo un’Ave Maria recitata bene, con le vocali finali ben impostate. All’Abbandonato di Reni chiedo di riuscire a non rifiutare le limitazioni attuali, trasformandole in amore. A Padre Pio chiedo non tanto il dono della profezia, quanto la fedeltà mantenuta pur nel dolore delle piccole stigmate che oggi abbiamo tutti. E al Creatore di Adamo in cucina chiedo solo di guardarci con misericordia. E così la mia passeggiata domestica diventa un lungo e ricco pellegrinaggio». Questo ieri n’ha raccontato un amico di lunga data.

Denaro
Prima del coronavirus, la posta o la banca erano tra i luoghi da noi più frequentati. Per ritirare la pensione, per ritirare del contante, per inviare un bonifico al nipote, per pagare le bollette, anche solo per controllare che i nostri risparmi rassicuranti erano ancora lì. Oggi in banca o alla posta non ci andiamo più, semplicemente perché sono chiuse, almeno quasi tutte. È vero, di questi tempi sono finite anche le occasioni di spendere a destra e a manca, anche se di un minimo di contanti per la far la spesa ne abbiamo bisogno. Nei fatti il nostro budget personale crolla, e quindi anche il consuntivo: niente ristoranti, niente benzina, niente shopping, niente regali, niente versamenti. In tale inedita situazione mi ritrovo a riflettere sul denaro stesso, il suo valore, i suoi rischi. In questi frangenti il denaro appare per quello che è, cioè uno strumento per facilitare gli scambi. Ma quando diventa un fine in sé, cominciano i guai. Ecco “mammona”. Quando lo usiamo solo per misurare quanto valiamo, non ci siamo più. D’altronde, a che serve un conto enorme in banca se non posso usarlo? Se il denaro è utile per creare imprese, se non posso usarlo a che mi serve? L’altro giorno, alla messa da Santa Marta, il papa metteva in guardia contro gli idoli con parole forti. I primi idoli sono proprio potere e denaro, guarda caso. Senza considerare che certi studi dicono che le banconote sono un ottimo veicolo di trasmissione del coronavirus!

Automobile
Il simbolo per eccellenza della libertà data dal benessere conquistato dopo la Seconda guerra mondiale, per noi Occidentali è stata ed è ancora l’automobile. Posso andare dove voglio, posso trasportare la famiglia e gli amici, posso recarmi al lavoro senza dover subire la corvée dei servizi pubblici, posso andare dal medico da solo. L’automobile è segno che posso permettermela, sempre più bella e più potente. L’auto è confort. Che gusto portarla a lavare, bella brillante, nel weekend, come fosse una persona! Che orgoglio vederla parcheggiata sotto casa, vista da tutti! Oggi, invece, giace immota. Ogni tre giorni, nel deserto della strada, accendo il motore, due o tre minuti appena, giusto per verificare che funzioni e per far circolare un po’ di olio nel motore. E poi, nelle lunghe giornate di clausura civica, invento nella nostalgia nuovi itinerari che percorrerò una volta liberati dal coronavirus. Una domanda però mi si presenta d’improvviso: vuol dire che non sono più libero? Certamente ho perso la libertà che l’auto mi consentiva. Ma non mi sono mai detto che, finalmente, mi sono liberato dall’auto? Vedi che un po’ di libertà in più c’è anche nella clausura civica?

Cassetti
È vero, ci sono sempre stati e sempre ci saranno uomini e donne maniaci dell’ordine e della pulizia in casa. Come ci sono sempre stati e sempre ci saranno uomini e donne che dell’ordine hanno un concetto un po’, come dire, meno rigoroso. Sentendo al telefono amici e conoscenti, mi sono fatto un’idea: i primi stanno diventando come i secondi – perché bimbi e partner sempre a casa impediscono che tutto sia specchiato a lucido e sistemato –, mentre i secondi stanno mutando pelle, avvicinandosi ai primi, non potendo vivere nell’eterno disordine 24 ore su 24. Da parte mia – posizionandomi tra le due categorie – posso dire che in camera mia trascuravo un po’ l’ordine dentro una ventina di cassetti e compartimenti d’armadio: fuori non si vede nulla, ma dentro… E anche la mia libreria, meglio non parlarne. Così, dopo aver ascoltato una psicologa che sosteneva che compiere azioni fatte raramente e portarle a termine favorirebbe la salute psichica e allontanerebbe la depressione, e dopo aver seguito l’omelia di un sacerdote che dimostrava come l’ordine nella propria vita avvicini al Creatore, mi sono deciso: un cassetto o compartimento al giorno. Dieci minuti o anche meno. E funziona, ve l’assicuro.

Spesa
Attività che prima del coronavirus erano considerate delle corvée, delle costrizioni antipatiche, dei veri balzelli della vita quotidiana, oggi vengono considerate come degli spazi di libertà: si esce di casa e per giunta autorizzati dalle autorità competenti, sia familiari che civili. Attività come portare a spasso il cane, gettare le immondizie nei cassonetti, andare in farmacia per acquistare l’ennesimo flacone gigante di gel disinfettante, soprattutto fare la spesa. È un bagno di socialità, seppure a 1 metro e 50 centimetri, è una inattesa possibilità di capire se sono ancora in vita, è un modo per acquisire informazioni, quasi tutte false a dire il vero, sul Coovid-19, nostro indesiderato compagno di viaggio. Ci si fornisce di armi e bagagli – mascherina, guanti di lattice, sacchetti puliti, minigel in tasca – e si percorrono i 127 metri che separano il portone di casa da quello del supermarket, del minimarket o della bottega di alimentari. Si attende diligentemente il proprio turno (a distanza di carrello), in una fila in cui ci troviamo a conversare con vicini a cui mai e poi mai, in decenni, avevamo rivolto la parola, e poi si fanno gli acquisti, abbondanti, non si sa mai. Si torna a casa come degli eroi. La sopravvivenza della famiglia è garantita!

Immondizia
Le società sviluppate di questo mondo consumista crollano sotto il peso delle loro immondizie: periodicamente, città intere vengono assediate da i mucchi di immondizie che non si sa più dove stipare. Mentre nei Paesi più poveri nelle discariche migliaia di uomini, donne e bambini trovano addirittura il loro sostentamento. Ma che mondo è questo? Più o meno è questo il pensiero che ho formulato questa mattina scendendo a depositare il sacchetto dell’immondizia nell’apposito cassonetto. Passavano gli spazzini, con le loro mascherine e i loro guantoni, le tute ben chiuse: piccoli eroi di questi tempi. E poi i gatti, tanti, tutti intenti ad aspettare che passasse lo tsunami degli uomini della nettezza urbana: ignari del coronavirus, continuano nella loro spensieratezza. Poi, tornando a casa, un altro pensiero: mi accorgo in effetti che ho gettato nel cassonetto un sacchetto più leggero del solito. Arrivato al diciottesimo giorno di “reclusione civica”, mi rendo conto che faccio più attenzione a quello che getto, il cibo lo consumo tutto, di merce in scatola ne prendo meno, anche nelle altre attività domestiche getto via meno cose, conservo persino i fogli di carta già usati, non si sa mai che ce ne sia bisogno. E mi dico che quest’emergenza ha un suo lato positivo: la “cultura dello scarto” di cui tanto parla il papa sta uscendo dalla mia pelle. E forse non riguarda solo le cose, ma anche gli umani: il Covid-19 ci fa sentire tutti uguali.

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