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L'attualità e gli approfondimenti dal mensile

Frate Indovino

Primo Piano

Piccole cose nella pandemia

21 aprile 2020
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Nell’emergenza di queste settimane dovute al coronavirus abbiamo un’inattesa possibilità di scoprire o riscoprire cose, oggetti, fatti, atteggiamenti che avevamo dimenticato. Ne proponiamo uno ogni giorno, per poter meglio vivere questo periodo, senza lasciarci prendere dalla noia o dalla paura. Un modo di darsi coraggio e, un po’, di sorridere alle piccole cose della vita che diventano grandi.

di Michele Zanzucchi


Maschera   Profumo   Tempo   Guanti   Icona   Denaro   Automobile   Cassetti   Spesa   Immondizia   Abbraccio   Numeri   Colombella   Piante   Parole   Balcone   Libro   Quadro   Acqua   Fattura   Locale   Ginnastica   Pasti   Capigliatura   Attesa   Lavoro   Zoom   Forno   Farmacia   Gioco   Preghiera   Decisione   Vestito   Disinfettante   Bricolage   Bicchiere   Suggestione   Divano   Lacrime   Insonnia   Prigione   Responsabilità   Primavera   Umorismo   Maniglia   Sorpresa   Cantiere   Tetto   Verità   Fobia   Dimenticati   Condizionatore   Congedo


Maschera

Le mascherine sono un elemento di non poco conto in questi giorni di epidemia da Covid-19. Quando si esce di casa è diventato un accessorio obbligatorio, come la borsa, le scarpe, i pantaloni… Anche se evidentemente la usiamo nei momenti in cui ci avviciniamo ai nostri simili, a essere umani. Nella tradizione greca il teatro drammatico era interpretato da attori sempre rivestiti di maska, maschera, che in latino è stato tradotto con persona. Le lingue neolatine hanno poi scelto di usare questo termine persona per indicare non solo l’individuo nella sua solitudine e nella sua fisicità, ma l’uomo o la donna nella sua totalità, corpo, spirito, anima, tenendo conto, quindi, anche della sua personalità, delle sue tendenze, del suo dover essere, della sua vocazione più profonda, sia spirituale che umana nel senso più ampio. E allora, quando vedo una mascherina che mi si avvicina, non solo cerco di rimanere il più distante possibile da quell’essere umano che cammina, ma cerco anche di capirne i tratti, la personalità, la profondità. Quindi, anche se non riconosco chi si cela dietro quella mascherina, voglio e debbo rispettarla, nel suo piccolo-grande mistero, nella sua unicità. La maschera-persona nel teatro greco non indicava solamente che la personalità di ogni essere umano non può essere mai svelata pienamente, e quindi non può mai essere nemmeno capita pienamente, ma anche che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire nell’altro, che io non conosco. Quindi la mascherina è un invito ad approfondire la conoscenza, magari via telefono, o aspettando il tempo in cui potremo di nuovo socializzare senza paura del virus. Ogni persona che si cela dietro la mascherina nella sua libertà ha coltivato qualità e virtù che vanno oltre i suoi limiti e i suoi vizi.


Profumo
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Ogni mattina, distrattamente – pschhh pschhh – mi nebulizzo sul corpo un paio di spruzzi di profumo, quello che ho sottomano. Non ci faccio caso più di tanto, è una pratica fatta di corsa come radermi, spazzolare i denti, pettinarmi. Oggi guardo per caso il nome del profumo: Black Poison. Un regalo. «Ohibò, mi spruzzo del veleno?», mi dico, in un’epoca come quella del coronavirus c’è da star in campana. Mi fermo a respirare quel profumo, chissà se sa veramente d’oppio, torno a un lontano concerto dei Black Sabbath in cui i miei amici fumavano dell’oppio. Sì, qualcosa ricorda il mio organo dell’olfatto. Un pensiero tira l’altro. MI rendo conto che i nomi dei profumi sono originali, strani, eterei, come il profumo. M’accorgo che possono essere raggruppati sotto quattro o cinque categorie: a) esotici (Jaipur, Fahrenheit, Baobab…); b) erotici (Nude, Elisir d’amour, Narcisse…) ; c) esoterici (Poison, Magic, Sciamanic…); d) eversivi (Hypnotic, Trasgression, Black Opium…); e) soprattutto estatici (Ethernity, Olimpus, Absolu, J’adore, Cosmos, AllSaints, Harmony, Carita…). Non a caso. Con la reclusione forzata diminuisce l’inquinamento, si avverte di più il profumo della vita, delle cose di questo mondo, nel bene e nel male. La mattina, passeggiando alle 6, trovo solo un negozietto aperto, che fa manaish: il profumo di pane si spande per tutta la strada, come un segno di nostalgia e di convivialità. Il profumo evoca, ci ricorda che tutto quello che ci colpisce nella vita evoca “altro”. Oggi che le cose che ci occupano diminuiscono e si interiorizzano, l’evocazione è di nuovo centrale, ci accorgiamo di evocare, A cominciare dalla dimensione spirituale.


Tempo
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In questi giorni di reclusione ritroviamo il gusto dei pasti, della loro regolarità, della loro convivialità. Persino la merenda, messa in soffitta dalla intensità della vita lavorativa, ritrova un suo posto privilegiato nella giornata. Per taluni ridiventa quasi più importante dei pasti. Il fatto è che il tempo deve passare, e non passa poi molto in fretta. Così i pasti ci aiutano a vincere il tedio e la paura. Ricordo che nei miei anni francesi vissi un episodio significativo: tornando in aereo a Roma, per turbolenze gravi, era impossibile atterrare, e così a Napoli, e poi ancora a Fiumicino. Trovammo la terra a Pisa. Il passeggero dinanzi al mio sedile fu fatto scendere cadavere: aveva avuto un infarto. Così per un anno non presi più l’aereo, preferendo il treno, il Palatino. Ma dovevo pur ricominciare a viaggiare in aereo, e allora uno psicologo mi suggerì di segmentare il tempo: scrivermi un programma di cinque minuti in cinque minuti. Dalle 10.30 alle 10.35 leggere tal libro; dalle 10.35 alle 10.40 sentire una canzone di Battiato; dalle 10.40 alle 10.45 pregare… Debbo dire che nel giro di un paio di voli ho capito che non avrei più smesso di viaggiare in aereo… Così è di questi giorni di reclusione forzata: cercare di ordinare il tempo, di piegarlo in qualche modo ai nostri voleri, ammobiliare la giornata in modo che appunto non ci assalgano o il tedio (la noia) o la paura (o il terrore) per quello che sta succedendo. Funziona, basta provarci e avere un po’ di fantasia. Fatto il programma lo si può anche cambiare, ma intanto sappiamo così dove siamo e dove arriveremo.


Guanti
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Di questi tempi un altro accessorio da non dimenticare uscendo di casa sono i guanti di lattice. Una volta erano segno di nobiltà (i reali erano sempre guantati), o di deferenza alla nobiltà (le guardie reali lo erano anch’esse), ma piano piano questa tradizione è entrata in desuetudine. Rimangono i guanti usati per ragioni di igiene (i guanti di plastica oggi tanto di moda), o per ragioni lavorative (i grossi guanti di cuoio o altro materiale resistente). Oggi, noi comuni mortali, ci ritroviamo ad usarli quotidianamente per fare la spesa, dei colori più diversi e rigorosamente monouso. Nulla dei guanti raffinati della nobiltà, eleganti della deferenza, né di quelli robusti da lavoro. Questi guanti sono il simbolo e lo strumento del nostro rispetto verso noi stessi e verso gli altri: non voglio ammalarmi e non voglio trasmettere il coronavirus ad altri, soprattutto alle persone anziane. Un pensiero che viene in questi frangenti, è che normalmente il corpo si relaziona con l’ambiente e con gli altri attraverso la pelle. È il nostro mezzo di comunicazione per eccellenza. Pelle che non è, come sembrerebbe, un isolante, ma al contrario un comunicatore, perché lascia passare gli umori del corpo e respira… a pieni pori. Se in effetti teniamo troppo a lungo i guanti, soprattutto di plastica, la pelle muore. Mettere i guanti è un sacrificio per tanti, ma è vitale, si trasmette vita, ci mostra quanto è importante la relazione umana. Certo, questi guanti usa e getta hanno un difetto, non sono ecologici. Ma, come sempre nella vita moderna, bisogna fare un calcolo di costi/benefici: meglio un paio di guanti gettati nella spazzatura che dieci sacchetti di plastica monouso usati senza criterio.


Icona
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«Nelle ormai consuete passeggiate casalinghe cucina-salotto-sala da pranzo-camera da letto-terrazza (ho la fortuna di averla) per forza di cose mi accorgo di alcune suppellettili alle quali finora ho fatto poca attenzione. Nel corridoio tra cucina e sala da pranzo, ad esempio, è appesa una riproduzione un po’ sbiadita e impolverata dell’Annunciazione del Beato Angelico, così elegante e perfettamente disegnata. In sala da pranzo, poi, su una mensolina c’è un’icona che zia Maria ha portato da Medjugorje e che non posso spostare perché se la prenderebbe a morte. Nella mia stanza da letto, in un angolo dietro la porta, ho affisso una riproduzione del Gesù abbandonato di Guido Reni, che in origine è un dipinto mentre quella che io ho è una xilografia in bianco e nero: sta lì da sempre, ma non la vedevo. E poi, in terrazza, c’è una statuetta di Padre Pio che non so nemmeno come sia finita lì, forse era stato il vecchio parroco a darmela un giorno in cui mi disse che dovevo credere ai miracoli del Signore. Infine, m’accorgo che in cucina è affisso il Calendario di Frate Indovino, con la creazione di Adamo ben disegnata. Oggi, in una delle mie passeggiate quotidiane, quella serale, m’accorgo di queste immagini sacre che ho sparso per casa. E mi fermo un istante dinanzi a ognuna di esse. All’Annunciata chiedo un briciolo della disponibilità al volere del Signore da lei manifestata all’arcangelo Gabriele. All’icona che viene da Medjugorje rivolgo un’Ave Maria recitata bene, con le vocali finali ben impostate. All’Abbandonato di Reni chiedo di riuscire a non rifiutare le limitazioni attuali, trasformandole in amore. A Padre Pio chiedo non tanto il dono della profezia, quanto la fedeltà mantenuta pur nel dolore delle piccole stigmate che oggi abbiamo tutti. E al Creatore di Adamo in cucina chiedo solo di guardarci con misericordia. E così la mia passeggiata domestica diventa un lungo e ricco pellegrinaggio». Questo ieri n’ha raccontato un amico di lunga data.


Denaro
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Prima del coronavirus, la posta o la banca erano tra i luoghi da noi più frequentati. Per ritirare la pensione, per ritirare del contante, per inviare un bonifico al nipote, per pagare le bollette, anche solo per controllare che i nostri risparmi rassicuranti erano ancora lì. Oggi in banca o alla posta non ci andiamo più, semplicemente perché sono chiuse, almeno quasi tutte. È vero, di questi tempi sono finite anche le occasioni di spendere a destra e a manca, anche se di un minimo di contanti per la far la spesa ne abbiamo bisogno. Nei fatti il nostro budget personale crolla, e quindi anche il consuntivo: niente ristoranti, niente benzina, niente shopping, niente regali, niente versamenti. In tale inedita situazione mi ritrovo a riflettere sul denaro stesso, il suo valore, i suoi rischi. In questi frangenti il denaro appare per quello che è, cioè uno strumento per facilitare gli scambi. Ma quando diventa un fine in sé, cominciano i guai. Ecco “mammona”. Quando lo usiamo solo per misurare quanto valiamo, non ci siamo più. D’altronde, a che serve un conto enorme in banca se non posso usarlo? Se il denaro è utile per creare imprese, se non posso usarlo a che mi serve? L’altro giorno, alla messa da Santa Marta, il papa metteva in guardia contro gli idoli con parole forti. I primi idoli sono proprio potere e denaro, guarda caso. Senza considerare che certi studi dicono che le banconote sono un ottimo veicolo di trasmissione del coronavirus!


Automobile
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Il simbolo per eccellenza della libertà data dal benessere conquistato dopo la Seconda guerra mondiale, per noi Occidentali è stata ed è ancora l’automobile. Posso andare dove voglio, posso trasportare la famiglia e gli amici, posso recarmi al lavoro senza dover subire la corvée dei servizi pubblici, posso andare dal medico da solo. L’automobile è segno che posso permettermela, sempre più bella e più potente. L’auto è confort. Che gusto portarla a lavare, bella brillante, nel weekend, come fosse una persona! Che orgoglio vederla parcheggiata sotto casa, vista da tutti! Oggi, invece, giace immota. Ogni tre giorni, nel deserto della strada, accendo il motore, due o tre minuti appena, giusto per verificare che funzioni e per far circolare un po’ di olio nel motore. E poi, nelle lunghe giornate di clausura civica, invento nella nostalgia nuovi itinerari che percorrerò una volta liberati dal coronavirus. Una domanda però mi si presenta d’improvviso: vuol dire che non sono più libero? Certamente ho perso la libertà che l’auto mi consentiva. Ma non mi sono mai detto che, finalmente, mi sono liberato dall’auto? Vedi che un po’ di libertà in più c’è anche nella clausura civica?


Cassetti
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È vero, ci sono sempre stati e sempre ci saranno uomini e donne maniaci dell’ordine e della pulizia in casa. Come ci sono sempre stati e sempre ci saranno uomini e donne che dell’ordine hanno un concetto un po’, come dire, meno rigoroso. Sentendo al telefono amici e conoscenti, mi sono fatto un’idea: i primi stanno diventando come i secondi – perché bimbi e partner sempre a casa impediscono che tutto sia specchiato a lucido e sistemato –, mentre i secondi stanno mutando pelle, avvicinandosi ai primi, non potendo vivere nell’eterno disordine 24 ore su 24. Da parte mia – posizionandomi tra le due categorie – posso dire che in camera mia trascuravo un po’ l’ordine dentro una ventina di cassetti e compartimenti d’armadio: fuori non si vede nulla, ma dentro… E anche la mia libreria, meglio non parlarne. Così, dopo aver ascoltato una psicologa che sosteneva che compiere azioni fatte raramente e portarle a termine favorirebbe la salute psichica e allontanerebbe la depressione, e dopo aver seguito l’omelia di un sacerdote che dimostrava come l’ordine nella propria vita avvicini al Creatore, mi sono deciso: un cassetto o compartimento al giorno. Dieci minuti o anche meno. E funziona, ve l’assicuro.


Spesa
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Attività che prima del coronavirus erano considerate delle corvée, delle costrizioni antipatiche, dei veri balzelli della vita quotidiana, oggi vengono considerate come degli spazi di libertà: si esce di casa e per giunta autorizzati dalle autorità competenti, sia familiari che civili. Attività come portare a spasso il cane, gettare le immondizie nei cassonetti, andare in farmacia per acquistare l’ennesimo flacone gigante di gel disinfettante, soprattutto fare la spesa. È un bagno di socialità, seppure a 1 metro e 50 centimetri, è una inattesa possibilità di capire se sono ancora in vita, è un modo per acquisire informazioni, quasi tutte false a dire il vero, sul Coovid-19, nostro indesiderato compagno di viaggio. Ci si fornisce di armi e bagagli – mascherina, guanti di lattice, sacchetti puliti, minigel in tasca – e si percorrono i 127 metri che separano il portone di casa da quello del supermarket, del minimarket o della bottega di alimentari. Si attende diligentemente il proprio turno (a distanza di carrello), in una fila in cui ci troviamo a conversare con vicini a cui mai e poi mai, in decenni, avevamo rivolto la parola, e poi si fanno gli acquisti, abbondanti, non si sa mai. Si torna a casa come degli eroi. La sopravvivenza della famiglia è garantita!


Immondizia
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Le società sviluppate di questo mondo consumista crollano sotto il peso delle loro immondizie: periodicamente, città intere vengono assediate da i mucchi di immondizie che non si sa più dove stipare. Mentre nei Paesi più poveri nelle discariche migliaia di uomini, donne e bambini trovano addirittura il loro sostentamento. Ma che mondo è questo? Più o meno è questo il pensiero che ho formulato questa mattina scendendo a depositare il sacchetto dell’immondizia nell’apposito cassonetto. Passavano gli spazzini, con le loro mascherine e i loro guantoni, le tute ben chiuse: piccoli eroi di questi tempi. E poi i gatti, tanti, tutti intenti ad aspettare che passasse lo tsunami degli uomini della nettezza urbana: ignari del coronavirus, continuano nella loro spensieratezza. Poi, tornando a casa, un altro pensiero: mi accorgo in effetti che ho gettato nel cassonetto un sacchetto più leggero del solito. Arrivato al diciottesimo giorno di “reclusione civica”, mi rendo conto che faccio più attenzione a quello che getto, il cibo lo consumo tutto, di merce in scatola ne prendo meno, anche nelle altre attività domestiche getto via meno cose, conservo persino i fogli di carta già usati, non si sa mai che ce ne sia bisogno. E mi dico che quest’emergenza ha un suo lato positivo: la “cultura dello scarto” di cui tanto parla il papa sta uscendo dalla mia pelle. E forse non riguarda solo le cose, ma anche gli umani: il Covid-19 ci fa sentire tutti uguali.


Abbraccio
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C’è una pratica sociale assai comune, nei Paesi mediterranei in particolare ma non solo, che consiste nell’avvicinare i corpi e farli entrare in contatto reciprocamente, in segno di saluto, di deferenza, di affetto, di conforto, nella gioia e nel dolore. L’abbraccio è stato ora messo all’indice come pratica altamente pericolosa, o addirittura letale per il contagio che porta con sé. Sono state proposte pratiche sostitutive, ma molto meno efficaci e sentite dalla gente, come ad esempio il toccarsi i gomiti o le scarpe, se possibile con mascherina d’ordinanza sul volto e guanti alle mani, o ancora il congiungere le mani sul petto o sulla fronte, alla maniera orientale, chinando nel contempo il capo. Questi succedanei non convincono appieno, perché escludono e controllano ogni trasporto, ogni espressione istintiva di affetto, o se non altro quella cortesia spesso rigidamente codificata che contribuisce a tenere in piedi le nostre società. Come fai a non abbracciare il nipotino che ti corre incontro? Come fai a non stringere a te una vecchietta sul suo letto di morte? Per non parlare degli abbracci tra sposi o tra innamorati, ovviamente. Il problema consiste quindi nel rispettare le consegne di responsabilità civile, nel riuscire cioè a canalizzare i propri sentimenti per un maggior bene. In questo esercizio due processi paiono utili: da una parte la razionalizzazione, cioè pensare perché è importante mantenere le distanze di sicurezza, per il bene mio e degli altri; dall’altra la spiritualizzazione, cioè pregare per colui che non si può abbracciare, pensare al suo bene, affidarlo alle cure di Colui che può.


Numeri
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Nella vita “normale” c’è chi è portato alla matematica e chi i numeri li evita sempre. C’è chi fa i conti della spesa a mente e chi sparpaglia gli scontrini sulla scrivania e cerca di capirci qualcosa nei fine settimana, quasi sempre con scarso successo. Ma di questi tempi di coronavirus tutti d’improvviso siamo diventati dei matematici provetti. Contiamo tutto: i giorni di reclusione, i soldi che restano nel portafogli, i calzini nel cassetto, i gol di Maradona nel video che ogni giorno rivediamo con i figlioli o i nipoti, le classiche pecore per dormire. Ma, soprattutto, aspettiamo le 18 per assistere via televisione alla conferenza stampa della Protezione civile per conoscere il vaticinio del giorno, i numeri della pandemia, quanti morti, quanti confinati, quanti contagiati, quanti ricoverati in terapia intensiva. Se diminuiscono, tiriamo un sospiro di sollievo, altrimenti diamo spazio alle nostre paure. E poi usiamo di questi numeri per le nostre conversazioni telefoniche ed elaboriamo le nostre “teorie del picco” (ma di che cosa?), sulle tendenze (i famosi trend) e fatalmente sulle date del ritorno alla normalità (più o meno progressivo nella nostra mente). Con quanto raziocinio, meglio soprassedere. Più che mai i numeri appaiono un’opinione, o altrimenti l’oggetto di qualche misteriosa kaballah. Tanto più quando navighiamo sui social e beviamo tutto quello che ci viene propinato come se tali numeri fossero Vangelo. E nel 90% dei casi (ad essere buoni) non lo sono. Anche per i numeri dobbiamo fidarci e lasciarci guidare da chi ne sa più di noi. Come quel gruppo di studiosi sardi, aggregati da un professore di economia, Vittorio Pelligra, che ogni giorno su Facebook offre un breve schema con chiarezza e umiltà. E così capiamo che l’aumento di un numero può essere positivo, mentre una diminuzione può essere altamente pericolosa. Bisogna avere massimo rispetto dei numeri, e restare a casa.


Colombella
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Di questi tempi passo lunghe ore seduto di fronte al mio computer a lavorare. Ieri ero intento su una pagina delicata quando sento un picchiettio sul vetro. Era una colombella grigia, piccola, potevo tenerla nel palmo delle mie mani. Mi sono avvicinato, mi ha osservato un istante ed è volata via. Ho aperto la grande finestra sorridendo, seguendo il volo dell’uccello. Mi sono seduto di nuovo alla scrivania e dopo una dozzina di minuti la rivedo, la mia colombella, eccola lì, sul davanzale. Mi osservava, forse mi sorrideva. La guardavo a mia volta e cercavo di alzarmi lentamente ma lei ha fatto la riverenza e se n’è andata in cima all’albero di fronte a casa. Un’altra manciata di minuti ed è ritornata, il reciproco addomesticamento continuava. Sono riuscito ad alzarmi e lei è rimasta per qualche decina di secondi sul davanzale, prima di spiccare il volo. Sono quindi andato – lunga passeggiata! – fino in cucina, ho preso un pezzo di pane e l’ho sbocconcellato sul davanzale. E lei è tornata puntuale, si è interessata a me e al cibo, mentre io sono riuscito addirittura ad accovacciarmi per osservarla meglio, ovviamente a distanza di sicurezza, 150 centimetri! Tre minuti di intenso monologo-dialogo, in cui abbiamo parlato dell’aria più pura del solito, degli aerei che non spargono più diossido di carbonio nei cieli, della diminuzione degli sprechi, del rispetto rinnovato per gli alberi del quartiere, persino del fatto che il coronavirus ha potuto diffondersi perché abbiamo violentato la natura. «Grazie», ho detto alla colombella in un moto sincero. E lei se n’è andata facendomi l’occhiolino. Sono tornato alla mia scrivania dicendomi che no, non era stato un miraggio, né tantomeno un’allucinazione. Eccola, è di nuovo qui, anche oggi.


Piante
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Nei contesti urbani c’è chi ha il pollice verde e chi invece le piante le lascia morire. C’è chi alle piante ci parla e chi invece manco se ne accorge della loro presenza. Così è, così è nella norma delle cose. Ma in questi tempi di reclusione da pandemia anche le persone più insensibili alla vegetazione si rendono conto della presenza di queste silenziose compagne di viaggio, viventi, o quanto viventi: le piante d’improvviso entrano a far parte della nostra prospettiva quotidiana. Naturalmente quello che scrivo non è valido per gli agricoltori, per chi ancora vive in ambiente rurale, per chi, magari, vive proprio dei fiori e dei frutti delle piante di questa terra. Ma per chi vive in città le piante ritornano. Per uno come me, ad esempio, che delle piante non s’è mai veramente interessato, le riflessioni che possono nascere non sono poche: 1) la vita delle piante è estremamente ricca rispetto alla composizione subcellulare del coronavirus; 2) la vita vegetale ha bisogno di cure quando è in cattività, come nei nostri appartamenti cittadini, cioè chiede di essere guardata e amata; 3) le piante non solo chiedono attenzione all’uomo, ma donano in cambio non solo bellezza, ma anche foglie e fiori e frutti, come il prezzemolo di cui mi servo in questi giorni, da tempo dimenticato in un vaso del balcone; 4) le piante ci insegnano la pazienza, cosicché, avendo più tempo a disposizione, ci accorgiamo che vivono e che crescono, oppure muoiono un po’ ogni giorno, come noi; 5) la vegetazione è fondamentale per la catena alimentare, guai a disprezzare, noi cittadini, il settore agricolo rispetto a quello industriale o dei servizi; 6) infine, c’è da rendere gloria a Dio per ogni minima forma di vita nascente o morente, simboli del mondo che ogni giorno si sveglia e riprende a vivere, nonostante i bollettini di morte.


Parole
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Il traffico telefonico in questo periodo di coronavirus è aumentato in tutto il mondo in modo significativo, più o meno tra il 15 e il 30 per cento. Le conversazioni collettive, poi, sono aumentate del mille per cento. Tra queste vanno considerate anche le lezioni on line dei figli e nipoti e quelle di lavoro. Ma si moltiplicano anche quelle familiari e amicali: i figli si collegano con i genitori; gli amici del circolo sportivo si ritrovano per giocare virtualmente; il prete continua le sue lezioni di catechismo; i gruppi politici e religiosi si incontrano regolarmente; si telefona ai parenti che stanno in Australia e che non sentiamo da dieci anni… Meucci può essere veramente soddisfatto perché la sua invenzione continua ad avere successo: la conversazione telefonica, singola o collettiva, solo audio o anche in video, conosce una nuova primavera. Sentendo qua e là amici e conoscenti, mi sono fatto un’idea: che ciò in genere coloro che solitamente fanno un uso eccessivo del telefono ne stanno diminuendo l’uso, mentre coloro che lo usavano poco o molto poco ne stanno incrementando l’utilizzo. Perché? Forse perché ci stiamo accorgendo del valore della parola, e della parola detta. Quasi che la reclusione cui siamo costretti e il conseguente silenzio ci abbiano fatto capire meglio che le parole nascono da un silenzio e muoiono in un altro silenzio; non nascono così, dal nulla, ma da un silenzio che le precede e prendono senso per il silenzio che segue. Non c’è nessuna parola al mondo che possa sussistere senza l’abbraccio del silenzio. Ogni parola detta viene pensata nel silenzio che precede, e attende la reazione dell’interlocutore nel silenzio che segue. Altrimenti non ha senso. Anche se non ce ne siamo mai accorti, è così. Chi ne usava troppe si trattiene, perché si rende conto che la parola può essere una carezza o una pugnalata, e chi ne usava troppo poche telefona invece di più, perché ha bisogno di una risposta.


Balcone
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Nei nostri appartamenti cittadini il balcone, o il terrazzino, o più raramente un vero terrazzo, sono di solito accessori nella nostra quotidianità, nulla di più. Se in casa c’è un pollice verde, serviranno a ospitare qualche vaso di gerani, un ciuffo di basilico o di mentuccia, a essere generosi un alberello di limone o un ulivo bonsai. Il più delle volte, però, il balcone funge semplicemente da deposito per quello che non sappiamo dove ficcare in casa, soprattutto quando non si ha a disposizione una cantina o una soffitta. Taluni addirittura ne misconoscono le potenzialità inglobandoli semplicemente nell’appartamento chiudendoli con una veranda. Presi dai ritmi di lavoro per intere settimane non vi mettiamo piede, soprattutto d’inverno. D’estate, invece, il balcone o il terrazzino se sufficientemente ampio, viene utilizzato in modo un po’ più continuo, magari per una cenetta informale con gli amici. Per il resto possono esserci altri usi marginali, come un amico che vi ha installato un’esposizione di opere d’arte, le sue, fatte di ferro saldato; anzi, la terrazza intera l’ha trasformata in atelier, sua moglie non vuole che si tengano dentro casa «i tuoi arnesi». Sia come sia, Oggi questi luoghi appaiono più frequentati: li su usa per conversare con i vicini da un terrazzino all’altro, a distanza di sicurezza; li si occupano per leggere o scrivere, per non star sempre rinchiusi in camera davanti al computer; ho visto pure dei giovincelli con il loro laptop seguire le lezioni di scuola; li si usa, evidentemente, per mangiare in famiglia; ci si fa yoga o ginnastica, non poca gente a dire il vero, tra cui il sottoscritto; e poi li si usa per “dare aria” alla spesa appena fatta, non si sa mai, che la bestiolina si sia depositata su qualche sacchetto; servono pure per permetterci di guardare l’orizzonte, ora che i nostri orizzonti sembrano essersi chiusi, anche se l’orizzonte che vediamo è uno spicchio di cielo tra i palazzi. Ma quel poligono azzurro è un regalo!


Libro
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Nell’obbligo di residenza coatta cui siamo costretti in questi frangenti, non possiamo non accorgerci di alcuni oggetti inanimati che da tempo immemorabile giacciono nei ripiani della nostra libreria di famiglia. Passandovi davanti nelle nostre quotidiani deambulazioni domestiche proviamo dapprima una certa compassione per essi. Talvolta ci fermiamo, li accarezziamo, sbirciamo tra quei piccoli parallelepipedi di carta tenuti assieme da un cartoncino. Capita così, chinando la testa, di leggere nomi conosciuti o meno. Schopenauer? E chi era costui? Manzoni, questo lo conosco. E Sartre? Mi ricorda qualcosa di proibito… Un giorno, d’improvviso, un ricordo: quella Bibbia per bambini me l’aveva regalata mio nonno Benito per la prima comunione! E via, una valanga di immagini si affollano nel mio cervello, quasi mi commuovono, anzi senza quasi. Lo apro a caso, e ricordo perfettamente le illustrazioni, e d’altronde noto che qualche pagina porta ancora le tracce di ripetute letture fatte non sempre con le mani pulitissime. Leggo qualche riga: «Amatevi gli uni gli altri…»; «C’era in quel tempo un buon samaritano…»; «Lo deposero nella mangiatoia…»; «Lo deposero nel sepolcro...». A questo punto capita pure che quel libro non venga rimesso nella scansia, lasciando al suo posto una leggera traccia nella polvere. Cambia destinazione d’uso, quel volume rosso rivestito di tela damascata, finisce sul mio comodino. E così la mattina, come primo gesto della giornata, lo sfoglio. E torno bambino. (Testimonianza vera raccolta al telefono da un amico pistoiese).


Quadro
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I quadri vengono posti sulle pareti di casa per abbellire l’ambiente, per dare il senso che la casa è vissuta, talvolta per ricordarci qualcosa o qualcuno. I quadri riempiono la casa, ci fanno sentire a nostro agio. Anche se poi ci sono anche gli amanti della parete immacolata… Nella mia stanza ho una riproduzione di un ritratto di donna, opera del sommo Leonardo, La scapigliata, una copia un po’ sbiadita, un po’ troppo bruna non solo perché disegnata con una sanguigna, ma perché invecchiato male. Mi piace e mi rassicura, mi eleva con la sua bellezza. Non ho mai detto buon giorno alla signorina. Oggi l’ho fatto per la prima volta, non mi ha risposto, ma mi ha fatto l’occhiolino. Mi sono allora tuffato in quel rettangolo, contenuto in una sottile cornice dorata. Mi sono ritrovato nell’atelier di Monsieur Leonardo, forse in quel di Chambord, nel castello in cui ha abitato e lavorato nella valle della Loira. Un ambiente ricco di quadri e quadretti, pennelli e squadre, libri e appunti. In un angolo, ben inquadrata da due finestre, ho rivisto la mia amica, una minuta figura, ma dai tratti leggiadri, immobile, con la stessa vena leggermente ironica (o turbata?) delle sue labbra, lo sguardo vivo e curioso, anche se abbassato. Il maestro cercava di riprodurne fedelmente le fattezze, rapido nel tratto ma esitante nei dettagli, quelli che poi avrebbero dato realismo al disegno: una ruga appena accennata, una ciocca di capelli, un lembo di tessuto sul collo. Mi sono poi permesso di aprire una porta nascosta nel muro, c’era un’angusta e scura scala a chiocciola, ho sceso qualche gradino… Nelle cento e cento immagini in movimento che scorgo distrattamente ogni giorno alla tv o sul telefonino non debbo fare lo sforzo di immaginare, altri lo fanno al mio posto. Il video rende pigra la mia immaginazione. Il quadro no. Coltiviamo l’immaginazione, ci servirà per inventare e costruire il nostro futuro una volta che saremo usciti di casa, finita l’emergenza del coronavirus.


Acqua
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Oggi piove. Guardo il cielo e mi dico ingenuamente: «Perché quest’acqua non si porta via, assieme alle polveri sottili – che tanta paura ci facevano, vi ricordate? –, la polvere del coronavirus?». L’acqua che scende dal cielo è segno di purificazione, uno dei riti più ancestrali di tutte le civiltà del mondo. Da qualche tempo, poi, questa verità dell’acqua purificatrice è per noi molto più evidente: ci laviamo le mani dieci volte al giorno, beviamo tanto, puliamo spesso i pavimenti con acqua e varecchina, passiamo un panno umido sulle superfici su cui si può depositare l’intruso di questi tempi, i nonni memori della guerra temono che scarseggi, e allora riempiamo taniche in cantina, «non si sa mai», laviamo tutti i prodotti che portiamo dal supermercato con una soluzione di acqua e aceto bianco. L’acqua fa parte dei quattro elementi naturali centrali di ogni vita umana, assieme a fuoco, aria e terra. E l’acqua possiede anche un significato eminentemente religioso. Non dice il prete a messa: «Lavami Signore da ogni colpa, purificami da ogni peccato»? Abbiamo troppo “spiritualizzato” il Male, lo abbiamo de-materializzato, e così non crediamo più che esista. Il virus ci ri-materializza il Male, e forse ci fa capire che abbiamo bisogno di un’acqua spirituale per lavarlo via. Una volta la chiamavamo grazia quest’acqua purificatrice, e forse dovremmo ripensarci su. Oggi piove sui giusti e sugli ingiusti, e piove pure sui positivi al Covid-19 e sui negativi. La democrazia del coronavirus ci dice che nessuno è al riparo, la democrazia della pioggia ci suggerisce invece che tutti abbiamo bisogno di purificarci.


Fattura
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Ci sono delle carte antipatiche che hanno il potenziale ineguagliato di farci rifiutare la loro sgradevole presenza. Parlo delle fatture, che tanti di noi hanno l’abitudine di infilare in un cassetto, fuori dalla vista, per poi tirarle fuori all’ultimo momento utile per pagarle, e spesso addirittura oltre le scadenze. Non fa piacere a nessuno svuotare il portafogli di qualche banconota. Così ieri mi sono accinto a rimetterle in ordine, approfittando della calma e, forse, anche della chiusura forzata dei centri postali. Ecco la fattura dell’elettricità: ieri è mancata per un’ora e mezzo e il panico si è impossessato dell’intero condominio. Poi la fattura dell’acqua: sulla porta dell’ascensore è stato affisso dall’amministratore un avviso: «Cerchiamo di non consumare troppa acqua, perché l’approvvigionamento non è regolare». Terza fattura, quella di Internet e del telefono: ah no, sarebbe impossibile immaginare la nostra reclusione senza questa finestra sul mondo! Prendo poi in mano il resoconto del mio ultimo salario, e lo sguardo cade su una riga: contributo salute pubblica. E subito mi si affollano nella mente le immagini dei miei sette familiari medici che sono in prima linea, soprattutto al nord. Confesso, mi è scesa una lacrima pensando al loro “eroismo normale”. E così ho capito esistenzialmente, e non più finanziariamente, che cosa voglia dire pagare le tasse. Vuol dire essere cittadini, vuol dire farsi carico di quel pezzetto di bene comune che mi è attribuito, senza il quale, ad esempio, oggi mia cognata medico a Milano non potrebbe avere una mascherina adeguata per proteggersi dal coronavirus.


Locale
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Con questa parola, secondo il dizionario, si indica qualsiasi spazio racchiuso entro quattro mura. Ma nel gergo urbano significa soprattutto il luogo del divertimento, della movida come si dice, locali che si visitano il venerdì e il sabato sera per svagarsi, per incontrare gli amici, talvolta per trovare compagnia, per mangiare e soprattutto bere, alcolici in primis. Ogni città ha le sue vie e le sue piazze riservate a questo “sport” che fa parte degli stili di vita dei Paesi occidentali sviluppati. Stamani, in una delle rarissime uscite che mi sono concesse, per rinnovare un documento, percorro a piedi le due vie che nella mia città sono dedicate alla movida. Quello che si dice un mortuario. Tutto chiuso serrato sbarrato. Attraverso le vetrate scorgo bottiglie immote, pile di bicchieri, mucchi di tovagliolini, tazze abbandonate alla rinfusa. Insegne spente, le sole note di musica vengono da qualche uccellino. L’indicazione di un cabaret. Uno spazzino disoccupato. Un cane abbaia da qualche parte. Polvere accumulata sulle tende delle terrazze solitamente gremite. Un senzatetto che si sente il padrone di tutto. Una sirena ulula lontana. Anche i locali più chic sono deserti, fanno ancora più pena della sciatteria. Una via crucis senza un protagonista. Vanita delle vanità. Dovevamo fermarci sulla precipitosa discesa che Pascal, il filosofo, avrebbe chiamato divertissement. Bisognava recuperare un po’ di vita interiore. Non potevamo più continuare in un capitalismo selvaggio, un vero ritorno alla giungla (e, guarda caso, il Covid-19 sembra venire proprio da un pipistrello della giungla). Torneranno i tempi del divertimento, ma sarà un divertimento più sobrio, e perciò più vero.


Ginnastica
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Mens sana in corpore sano, dicevano i latini. Un detto frutto della sapienza millenaria, la cui bontà stiamo verificando. Perché lo stare sempre dentro quattro mura può dar adito a patologie psicologiche o psicosomatiche. Uno dei migliori antidoti è la ginnastica, alla quale si sono messi milioni di uomini e donne in queste settimane di reclusione. C’è chi, come il sottoscritto, può permettersi di uscire la mattina presto, verso le 6, per inanellare cinque, sei, sette volte lo stesso circuito attorno a quattro o cinque isolati, correndo o camminando, con la mascherina d’ordinanza. L’inconveniente è l’alzataccia, il vantaggio che si guarda alla giornata con un certo ottimismo. Chi invece non può permettersi un tale lusso, è costretto a far ginnastica indoor, al chiuso o comunque nel giardinetto. Un amico si è inventato un circuito nel proprio appartamento nel quale s’impegna cinque o sei volte al giorno, a scadenze precise. Un paio di vicine, invece, in due terrazzini contigui, fanno taichi quando il sole è allo zenit. Il palestrato diciottenne che abita con la sua famiglia sopra di me, nel tardo pomeriggio trasforma il salotto in palestra: lo intuisco sia dalla musica hip hop sparata a palla, sia dai violenti colpi che mi fanno temere la tenuta del solaio. Più gentile è sua madre, che in tarda mattinata mette su della musica orientaleggiante e si perde nei fumi yoga. Mens sana in corpore sano, dunque. E quant’è vero! E potrei aggiungere: anima sana in corpore sano, perché la vita spirituale si giova di un buon stato fisico. Le stesse paure fanno meno paura e le depressioni paiono meno profonde. Per giunta, riesco a sopportare meglio gli altri (e soprattutto gli altri mi sopportano più agevolmente).


Pasti
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Ogni cultura ha le sue tradizioni in quanto alle modalità e agli orari dei pasti. Si va dal “si mangia sempre, ognuno per proprio conto” di tanti americani, alle rigide regole familiari di certe regioni del sud dell’Europa, passando per certi Paesi africani dove non ci si siede semplicemente a tavola, perché non c’è nulla con cui imbandirla, e quando arriva un po’ di cibo sparisce in un battibaleno. Oggi ci troviamo invece a dover suddividere le nostre giornate di reclusione casalinga per renderle più sopportabili, meno interminabili. Il metodo migliore è quello di riprendere (o semplicemente di prendere) un ritmo regolare dei pasti, un bisogno fisiologico a cui si rinuncia solo per motivi di malattia, psichica o fisica che sia. Mentre la colazione normalmente è ad orario mobile e a geometria variabile, il pranzo viene situato, a seconda delle latitudini e delle tradizioni, tra le 12 e le 15, mentre la cena varia dalle 18 alle 22. Si creano e ricreano i piccoli riti pre-pasto, come la distribuzione della preparazione del pasto nei diversi giorni della settimana (dove non c’è un unico cuoco o cuoca), preparare la tavola, chiamare tutti a raccolta, lavarsi le mani, pregare prima di attaccare il cibo e poi sgranare gli occhi e aprire i recettori dell’olfatto per cogliere appena entrano i piatti di portata di che delizie ci si trastullerà. I riti proseguono anche dopo il pasto, spesso meno apprezzati, come sparecchiare la tavola, lavare i piatti, asciugarli, oppure metterli nella lavastoviglie, spazzare la cucina e la sala da pranzo, eventualmente passare pure lo straccio. Nella tradizione cristiana i pasti sono considerati “agape fraterna”, come l’ultima cena e l’istituzione dell’Eucaristia, intendendo con ciò che l’amore insegnato da Gesù (l’agape) permette di sentirci tutti fratelli e sorelle di fronte a un unico padre. Talvolta in queste contingenze da coronavirus accade proprio così.


Capigliatura
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La sola consolazione che ci viene in questi giorni di Covid-19 a proposito della nostra capigliatura è il racconto biblico di Sansone, che trovava la sua forza proprio nei capelli lunghi. Per il resto, è con un certo sconforto che la mattina ci specchiamo vedendo crescere la peluria un po’ ovunque: i capelli, sembra lo vogliano fare apposta, prendono le fogge più strane, testardamente. Purtroppo barbieri e parrucchieri sono in testa alla classifica dei mestieri più rischiosi per la trasmissione del coronavirus, assieme a tutte le professioni della cura del corpo e della sua bellezza. Così ci si industria e, soprattutto i più giovani, ci si inventa parrucchieri con la famiglia o con i compagni di quarantena, spesso decidendo di approfittare della pandemia per radere tutto a zero, o comunque per dare un po’ d’aria al cuoio capelluto. Osservando i mie spuntoni difficilmente governabili se non con un buon shampoo; incrociando al minimarket una vicina che avevo sempre visto come una vamp, e che invece dietro la mascherina non riesce a nascondere i capelli che si fanno grigi cominciando dalle attaccature; salutando dal balcone un vicino che non aveva mai un capello fuori posto e che d’improvviso s’è trasformato in un cespuglio quasi punk, mi dico che farsi belli, o perlomeno presentabili, è un impegno sociale non di poco conto, che ha un lato indubbiamente narcisistico ma un altro giustamente altruistico. In qualche modo una forma d’arte, che si bea di essere guardata ma che, soprattutto, rallegra l’animo. Quindi, nuovo rispetto per i mestieri dell’estetica pilifera, ma anche nuovo rallegrarsi per la naturalità delle relazioni, senza filtri, senza permanenti, senza acconciature come sculture, scoprendo che così accresciamo la reciproca misericordia e la coscienza dei nostri limiti.


Attesa
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La reclusione da coronavirus è in fondo una lunga attesa, frammentata in piccole o grandi attese. C’è innanzitutto l’attesa della faccia seria del dottor Borrelli, che alle 18 in punto snocciola le cifre della pandemia in Italia, il dolore per i morti, la gioia per i guariti, la speranza per chi lotta contro il morbo sconosciuto. E poi c’è l’attesa del giorno in cui Giuseppe Conte apparirà sugli schermi e dirà: «Tana libera tutti», o piuttosto solo per certe categorie, o ancora solo a determinate condizioni. C’è poi l’attesa delle mascherine che sono finite in farmacia. E quella del pranzo o della cena quando il lavoro da remoto davanti al computer diventa pesante. Ancora, l’attesa del giorno in cui potremo riabbracciare i nostri cari sul serio e non virtualmente, sentire sul collo altrui il profumo del giorno o il sudore della fatica. E poi quella di poter riprendere il possesso del proprio tempo, liberamente. C’è pure l’attesa in fila, ordinatamente, a distanza di sicurezza, davanti al supermercato o al panificio. C’è l’attesa della notizia sulle condizioni di salute di un caro che manifesta dei sintomi inquietanti, e quella di chi è già in ospedale e aspetta che il medico passi in corsia, c’è l’attesa della morte nei nostri anziani. C’è l’attesa di chi è in quarantena, sa di essere positivo ma non ha sintomi, isolato con se stesso, con il solo supporto della voce dei cari al telefono. Varie attese, dolorose o meno, gravi o meno, decisive o effimere. Comunque attesa. Comunque sospensione. Comunque il malessere di qualcosa di incompiuto. Simone Weil, ebrea cristianissima, più cristiana di tantissimi cristiani, ha scritto un libro: L’attesa di Dio. Lo sfoglio con una solennità insolita. Simone, che è morta di anoressia, incapace di sostenere la sofferenza altrui, dello sfruttato e del malato con cui voleva condividere la pena, ci dice che ogni attesa in fin dei conti non è che un’attesa di Dio. E che, pur desiderando che l’attesa si riduca, bisognerebbe riuscire a vivere il presente con una tale solennità da non desiderare che si riduca.


Lavoro
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Nelle “piccole cose” di ieri, si accennava al lavoro da remoto praticato dalla reclusione. Lo chiamano smartwork, cioè lavoro col sorriso, leggero, facilitato. E lo è veramente, soprattutto in caso di normalità: rimanere a lavorare a casa permette di risolvere numerosi problemi familiari. Ma allorché tale lavoro smart è imposto, tutto, o quasi, cambia di segno. Il computer, cioè lo strumento che mi consente di lavorare da casa, non basta: serve anche il luogo dove sistemarsi e concentrarsi. Se si ha a disposizione uno studio, se l’appartamento è sufficientemente vasto, il lavoro può svolgersi più o meno tranquillamente. Altrimenti possono essere dolori: figli che scorrazzano sotto la sedia, la nonna che vuole essere spostata di poltrona, il cane che vuole leccarmi, la moglie o il marito che passa l’aspirapolvere. C’è poi un problema di ambiente lavorativo: l’ufficio è comunque un luogo in cui tutti, pur svolgendo compiti diversi, hanno un obiettivo comune. A casa non è così, non ci sono le interazioni coi colleghi, dal vivo intendo, le mail spesso e volentieri creano nuovi equivoci, più che risolvere i problemi, non ci sono più quelle missioni lunghe o brevi al di fuori dell’ufficio, della città o del Paese che ci permettevano di respirare… Per cui spesso accade che si crea una serie di insofferenze che si scaricano poi sull’innocente computer: la connessione non funziona, il wifi è ballerino, Word s’è inceppato, guardare troppo lo schermo ci porta al bruciore degli occhi, o addirittura a quella congiuntivite che è uno dei sintomi del coronavirus, l’irritabilità cresce e poi si scarica sulla famiglia. Ma guardiamo anche le cose con ottimismo: con lo smartwork continuo a guadagnarmi da vivere pur nell’emergenza, mi distraggo dalla vita domestica un po’ troppo monotona, mi posso relazionare con gente estranea, seppur virtualmente, continuo a creare qualcosa. Si diceva una volta: «Il lavoro nobilita l’uomo», o la donna. Anche da remoto, e per questo una certa gratitudine al nostro “fratello computer” la dobbiamo avere.


Zoom
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L’incremento delle conversazioni collettive con video in questi frangenti di pandemia sono aumentati di dieci volte rispetto a prima. Non solo per studio o lavoro, ma anche per divertimento, necessità familiari, per far passare il tempo o per questioni affettive. Le offerte sul mercato non mancano, ma una di esse, più di altre, si è diffusa, malgrado qualche problema di sicurezza delle identità degli utilizzatori: Zoom, che ha conosciuto un vero boom (perdonate la facile rima). Una diffusione, come si dice in termini digitali, virale. Non c’è da stupirsi allora che, essendosi diffuso come un virus, abbia provocato effetti morbosi. Una vera zoomite. Per le conversazioni di lavoro o studio gli inconvenienti si annidano nella postura prolungata davanti allo schermo, nell’attenzione cui obbliga il computer, nei muscoli del collo che si tendono, nei crampi sofferti di notte… Nel campo invece del divertimento e del sociale, la zoomite si manifesta con una certa frustrazione perché tutti parlano assieme, perché si divaga senza arrivare al nocciolo, perché parlano sempre gli stessi, perché i saputelli ci spiegano che cosa succederà col coronavirus nei prossimi quattro millenni, perché il moderatore (host in inglese) non modera un bel nulla… Che dire? Tutto vero. Quando in un giorno si inanellano 4 o 5 collegamenti uno dopo l’altro, un certo malessere è normale. Qualche semplice accorgimento può far comodo: sapersi staccare – leave meeting c’è scritto in basso a destra dello schermo –; chiedere ai partecipanti di darsi un orario di inizio e fine; esigere che il moderatore faccia il moderatore; chiedere che si rispettino i codici etici per questo tipo di chiamate. Sperando che, al termine della pandemia, si sia imparato a gestire Zoom con attenzione e moderazione (è utilissimo lo strumento, non gli abusi, gli antivirali costano molto e sono scarsi).


Forno
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Presi dalla frenesia della vita moderna – Ernesto Calindri avrebbe detto «conto il logorio della vita moderna» nel suo spot per il Cynar, girato in mezzo al traffico automobilistico – abbiamo quasi dimenticato un elettrodomestico che era centrale nella vita domestica delle nostre mamme e delle nostre nonne, cioè il forno. D’improvviso, liberato il tempo e le agende dallo stress a causa del Covid-19, tutti o quasi i membri della famiglia si sono ricordati della sua esistenza. Non solo la mamma preposta solitamente alle questioni culinarie, ma anche il papà e i figli (talvolta con nipoti al seguito, seppur con qualche timore per la sopravvivenza della cucina). Ci si sveglia una bella mattina e ci si inventa pasticceri. «Che ci vuole? Basta un ricettario online e il gioco è fatto». Oppure si rispolverano (letteralmente) i libri di Nonna Betta dimenticati da tempo immemorabile sull’ultima scansia della libreria. Un’ora e più così se ne va, e la casa viene poco alla volta inondata da profumini invitanti che attirano l’attenzione dei presenti, mentre il pasticcere di turno si pianta dinanzi al forno a braccia conserte per evitare che per la curiosità qualcuno non commetta il delitto di aprire lo sportello facendo crollare la torta infornata e i sogni del neo-pasticcere. Poi il rito del raffreddamento e il test, che solitamente le prime volte lascia a desiderare: «Ma questa non è la torta della nonna», «c’è troppo zucchero», «manca un pizzico di sale»… Tutte provocazioni all’orgoglio del pasticcere, che spingono il nostro eroe a ritentare la sorte, riuscendo nell’impresa, di solito, al terzo o quarto tentativo. La soddisfazione, allora, è pari alle forze profuse. Ma è a quel punto che cominciano i dolori, perché il partner vuole infornare biscotti, la figlia addirittura cimentarsi coi profiterole, il figlio con la Sacher (oh mio Dio!), e la cucina ne soffre e così le bollette. Finché, un pomeriggio piovoso e triste, il papà decide imperioso: «Oggi faccio la pizza». Che immancabilmente, la prima volta, risulterà una crosta dura ricoperta di mozzarella ormai croccante su un ricordo di pomodoro che sembra solo un vecchio quadro di Van Gogh ormai secco. Coraggio, andrà meglio la prossima volta!


Farmacia
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Un fatto vero, realmente accaduto. Al secondo giorno di reclusione, lei, nella sua ben nota furia d’ordine, si mette all’opera dinanzi al mobiletto delle medicine, al cui interno negli anni si è accumulato un mucchietto di farmaci. Con grande scrupolo si mette dapprima a controllare le date di scadenza e in un sol colpo elimina la metà delle scatolette. Trova addirittura una confezione di sulfamidici, intonsa, del 1999, evviva! Poi sistema le scatolette per categoria: antibiotici per le vie respiratorie, quelli per le dissenterie, le tachipirine e aspirine (6 tipi diversi), i cerotti (che basterebbero a medicare un rinoceronte). Infine, redige diligentemente una lista di medicine da sostituire. Lo fa pensando che in questo modo avrà delle scuse plausibili per uscire di casa e passare in farmacia. Ma non è la sola, ad avere simili intenzioni: lui è alla cacia di motivi per evadere (bel verbo di questi tempi, guarda come cambia il significato delle cose!). Così la mattina seguente annuncia trionfante: «Debbo comprare le pillole per la pressione». In realtà ne ha una scorta sufficiente per tre mesi, ma non si sa mai, «sono medicine salvavita». E già che c’è, compra una confezione di 20 mascherine chirurgiche, 3 grossi flaconi di alcol-gel e 5 piccoli, oltre a una confezione di cento paia di guanti di lattice e due o tre vaporizzatori d’alcol. Lei, da parte sua, va dal macellaio e tornando si ferma alla farmacia: prende un po’ di farmaci della lista, quelli acquistabili senza ricetta, e una riserva non indifferente di gel/mascherine/vaporizzatori/guanti, sufficiente per un battaglione alla guerra. Anche la figlia maggiore, uscendo per acquistare la sua settimanale scheda telefonica, fa una girata dal farmacista, con esito scontato. A cena il capofamiglia sentenzia: «Abbiamo scorte igieniche per nove mesi, cara famiglia». «Melius abundare quam deficere», commenta il nonno, che aggiunge: «In Africa avevamo una farmacia portatile che stava in una tasca. Ma il chinino mi ha salvato dalla malaria, l’aspirina dalle febbri tropicali, i sali dal colera. E avevamo pure una saponetta per lavarci le mani». E se la ride. Il figlio, che sembrava finora assente, si mette a canticchiare Bob Dylan: Times are changing, i tempi cambiano
!


Gioco                    torna su

Per far passare il tempo con un minimo di serenità, non si possono fare solo cose serie e tristi, solo impegni di lavoro e di studio che chiedono volontà e abnegazione. Così stiamo riesumando vecchie tradizioni e nuove pratiche, a seconda delle età. Mentre giovani e giovanissimi sanno bene cosa fare, perché nella pancia dei loro computer ci sono ogni sorta di videogiochi e passatempi, per i meno giovani bisogna riattivare abitudini da tempo riposte. Così si apre, dopo quello della farmacia, lo scomparto dei giochi di società, e subito un fiotto di nostalgia ci sommerge. Ecco il vecchissimo gioco dell’oca, tutto sbiadito, regalatomi dai nonni, ecco il Risiko che avevo consumato con i compagni di liceo in lunghissime serate etilico-rivoluzionarie, ecco la tombola geografica regalataci dai genitori, sulla quale avevo imparato i rudimenti della geografia e della storia, intuendo subito che nella mia vita avrei viaggiato non poco. E poi, immancabili, i mazzi di carte, della briscola e del ramino, che dobbiamo ricontare perché in alcuni giochi manca una carta o è rovinata. Così le lunghe serate da quarantena s’accorciano un po’ e ci permettono di uscire un po’ “in società”, malgrado le restrizioni attuali. Si riscopre pure il baro, gli ammiccamenti coi propri compagni di squadra, si ritrova un po’ di quella dimensione ludica, di gioco, che fa parte, dalla preistoria, del modo di vivere degli umani. Ci si arrabbia pure e si fa saltare il banco quando la sconfitta appare evidente e frustrante nelle battaglie finanziarie del Monopoli o militari del Risiko. Il gioco non ci appare più una questione solo di solitari, di isolati (persino i patiti di videogiochi, attirati dalle grida e dai lazzi, si affacciano in sala per giocare), ma una scusa per socializzare, per capirsi, per affinare le strategie, facendo esplodere conflitti che al gioco sono accettabili, meno in altri campi. Se i romani per tenere buona la popolazione ricorrevano al pane e ai giochi (panem et circenses), venti secoli più tardi ci accorgiamo che le cose non sono molto cambiate: perché regni la pax domestica, e non più quella romana, cucina e divertimenti sono necessari
.
 

Preghiera
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In Occidente viviamo una fase di scristianizzazione della società. Eppure il bisogno spirituale non cessa di esprimersi, sia collettivamente che individualmente. Tale bisogno ha trovato i suoi nuovi riti, dalle arene dello sport allo shopping nei centri commerciali, dai carnevali ad Halloween. Dal punto di vista più personale, invece, i modi per placare la sete spirituale prendono le vie dello yoga, dei viaggi esotici, delle credenze new age dei guru di Internet, delle pratiche di self-wellness, cioè di benessere personale. Il Covid-19 ci ha praticamente azzerato queste pratiche, soprattutto quelle collettive, eventualmente sostituite da Zoom e Skype a ripetizione. Ma i momenti di solitudine con se stessi aumentano e ci lasciano storditi. Spesso non sappiamo come riempire questi vuoti improvvisi, in cui ci sentiamo come dei trapezisti che volteggiano in aria senza rete di soccorso. E allora talvolta, silenzioso, si fa strada il bisogno di comunicare con l’Alto. Ecco allora un libro che ci aiuta, pagine di preghiere o di meditazione, ecco vecchie formule di preghiere dell’infanzia che ci tornano alla mente, ecco che una bella mattina mi metto davanti alla tv alle 7 per la messa del papa, ecco che in famiglia si riprende il rito delle preghiere della sera. Insomma, ci rendiamo conto che l’esigenza spirituale è di gran lunga la più importante nella persona umana. Ma si manifesta nel silenzio, mentre le altre dimensioni usano linguaggi più forti, addirittura gridati. Il linguaggio dello Spirito è fatto di sussurri, è «un vento leggero», indica sentieri appena accennati che non si sa dove conducano, esprime chiamate appena percettibili. Ed è solo la generosità, l’attenzione, l’ascolto, in una parola è solo l’amore che ha la capacità di amplificare la sua voce. Sant’Agostino fece un percorso del genere, e finì col capire che Dio era nella propria intimità: «Tardi ti ho amato – scriveva nelle Confessioni –, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato. Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori e là ti cercavo»
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Decisione
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Nell’ultima settimana di reclusione da Covid-19, ho assistito a due decisioni importanti prese tra i miei conoscenti e amici, in due Paesi diversi. La prima decisione riguardava gli affari, la seconda la salute. Un amico imprenditore – 200 dipendenti, attività nel mondo intero – si è trovato coi mercati chiusi e i laboratori sigillati. Che fare? Come pagare i dipendenti? Come preservare l’azienda? Non dare il salario avrebbe voluto dire togliere il pane dalla bocca a tanta gente, sborsare tanti soldi significava mettere in pericolo l’attività stessa. Pensa che ci ripensa, in notti insonni e veglie dolorose, ha preso la decisione di non licenziare nessuno. Gli operai hanno quindi un minimo di sicurezza in queste settimane, mentre per l’azienda l’imprenditore sta già elaborando nuovi piani di sviluppo. L’altra decisione cui ho assistito riguardava il papà di una coppia di amici. Si era sentito male, per qualcosa non legato al corona. Normalmente era un caso da ospedalizzazione, ma di questi tempi, per un ultranovantenne il ricovero rischia di tramutarsi in condanna per le troppe emergenze cui sono sottoposti le strutture di sanità pubbliche. Hanno riunito tre medici parenti o amici assieme al medico curante, sono riusciti a fare una diagnosi corretta, hanno trovato le medicine necessarie grazie a un parente farmacista e l’emergenza è stata superata, almeno per il momento. In entrambe i casi i protagonisti avevano delle profonde convinzioni, non necessariamente religiose. Hanno creduto che il meglio poteva accadere. Il pensatore Teilhard de Chardin scriveva: «Il meglio finisce sempre per accadere, e l’avvenire è migliore di qualunque passato».


Vestito
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Di solito ci si veste bene per uscire in società. Se si è costretti a casa, giocoforza non si coltiva nessuna ricercatezza. Al contrario, ci si lascia andare a una certa trascuratezza, o addirittura trasandatezza, nella quale ci troviamo a nostro agio. Abbiamo aperto gli armadi e cominciato a indossare un vecchio maglione fatto dalla nonna, la tuta del dopolavoro donatami dalla ditta come regalo per il nuovo millennio, o ancora i jeans sdruciti (non ad arte) che usavo per dipingere. E poi le scarpe: tutte le pantofole vengono riciclate, dalle espadrilla argentine alle babucce marocchine, agli infradito brasiliani. Un amico, per la quotidiana videoconferenza di lavoro, per mantenere una certa dignità indossava giacca e cravatta, ma su un paio di vecchi bermuda raffiguranti ananas e palmizi. Purtroppo, o meno male, per recuperare un documento sulla libreria dietro le sue spalle, un bel giorno ha svelato l’arcano, facendo bella mostra del suo abbigliamento semi-informale. I colleghi, suoi sottoposti, sono scoppiati in una tale ilarità che la mattinata di lavoro è andata a farsi benedire. Ma il loro rapporto ne ha beneficiato, visto che il mio amico aveva fama di essere un duro. Se a tutto ciò si somma la questione pilifera, cioè la mancanza di barbieri, parrucchieri e centri estetici, ecco che i quadretti familiari si avvicinano a immagini iperrealiste di quell’artista contemporaneo, che credeva di far un’opera d’arte cogliendo la vera estetica del quotidiano. Le rare occasioni per vestirsi un po’ decentemente sono perciò le uscite autorizzate: la spesa, la farmacia, persino l’immondizia. E allora qualche vezzo ce lo concediamo, magari con un tocco di eccentricità (una maglietta gialla di Bob Marley, una felpa dell’Istituto Nautico di Venezia, un pantalone macchiato di rosso) giusto «per vedere l’effetto che fa», canterebbe Jannacci. In breve, ci si ritrova un po’ più naturali, con un indubbio effetto benefico: abbiamo meno paura di mostrarci per quello che siamo, cioè poveri Cristi in una valle di lacrime.


Disinfettante
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I prodotti d’igiene, personale o collettiva, conoscono in quest’emergenza da pandemia una crescita di vendita non da poco. Quello dei detergenti è in effetti uno dei pochissimi settori in crescita. Simbolo indiscusso di questa tendenza è il gel per le mani con soluzione alcolica, tipo l’amuchina. Nei primi giorni della pandemia tale gel è diventato introvabile, le ditte produttrici hanno conosciuto delle rotture di stock mai viste. In famiglia si è tutti diventati esperti: c’è chi preferisce quello profumato alla violetta e chi al lime, c’è chi s’è fatto difensore del gel piuttosto liquido e più ricco d’alcol, e non manca colui che va alla ricerca dei flaconi senza bolle d’aria al suo interno. A me sta tornando utile l’abitudine del viaggiatore di avere sempre con sé un flaconcino di gel per le mani. Ci sono poi i patiti dell’alcol vaporizzato con acqua: qua e là si vedono tali personaggi che spruzzano a ogni piè sospinto la loro nebulizzazione salvifica su cose e persone. Sull’efficacia, non so che dire. Alcuni supermercati hanno addirittura attrezzato dei mini-tunnel all’ingresso dei negozi che spruzzano simili soluzioni sui clienti rassicurati, tanto non ci sono più permanenti da salvaguardare. E pure certi comuni si sono attrezzati per nebulizzare nelle strade della città tali soluzioni, certamente senza riuscire a debellare il coronavirus ma almeno riuscendo, finalmente, a pulire le vie un po’ più del consueto. Le aziende produttrici ringraziano sentitamente il presidente Trump per la pubblicità inattesa da lui riservata ai loro prodotti, un vero leader delle vendite! Forse Trump intendeva dire che bisogna iniettarsi nel corpo un disinfettante contro la paura: del virus, degli immigrati, dei poveri, dei malati, dei vecchietti… Ma non ne sono poi così sicuro. Analogamente ho visto in tv un prete che aspergeva d’acqua benedetta tutta la sua parrocchia, come protezione contro il Covid-19: fortunatamente ha detto al cronista che quell’acqua era stata trattata con disinfettante!


Bricolage
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Anche i ferramenta sono chiusi, e non parliamo degli artigiani come idraulici, falegnami o elettricisti, tutti quelli, cioè, che ci tolgono d’impiccio quando qualcosa a casa non funziona più o si rompe. Ormai dobbiamo sbrigarcela da soli. L’altro giorno, ad esempio, si è rotto il divano: un’asse si è sfilata, rompendo un perno che lo agganciava al montante. Normalmente si sarebbe chiamato il falegname, ma abbiamo dovuto trovare noi una soluzione: abbiamo fabbricato ad arte un nuovo perno con un legnetto trovato nel terrazzino e il divano è stato di nuovo utilizzabile con un’ora di lavoro. Altro infortunio domestico, assai frequente, è quello delle tubature che si otturano: i tentativi sono vari per sbloccarle, con Mister Muscolo, ventose varie, persino con un bottiglione di Coca Cola. Finché qualcuno ha l’idea geniale di trasformare una gruccia di ferro in un braccio mobile e flessibile che può entrare nelle tubature. Ancora, il mio computer si rompe: assistenza online chiusa. C’è però un amico che smanetta bene sulla tastiera e così, con una dozzina di foto e qualche suggerimento telefonico si riesce a sbloccare la cosa. Ma altri problemi non si riesce a risolverli, come l’ascensore che è in panne, o il fastidioso gocciolamento della doccia. Sarà per più tardi. Il coronavirus, però, sta riattivando la nostra vis reparandi, cioè le energie per porre rimedio alle piccole o grandi disavventure quotidiane della reclusione. Anche questo ritorno al bricolage fa parte di quella “cultura della sobrietà” che pare un antidoto non da poco a quella “cultura dello scarto” che tanti danni ha fatto a tutti noi.


Bicchiere
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Come tutte le stoviglie, i bicchieri sono fragili: più si maneggiano, più si rompono. Alzi la mano chi, in questi quasi due mesi di reclusione volontaria domiciliare, non ha infranto un bicchiere o un piatto! Vista l’ecatombe, abbiamo tirato fuori dagli scaffali della cucina le serie di bicchieri della Nutella, o del whisky Grant’s, o ancora dell’Aperol, un po’ vintage ma mica male. In questi bicchieri ci versiamo ogni sorta di liquido, anche i succhi di frutta più insoliti ed elaborati, anche i cocktail che ci divertiamo ad offrire per aperitivo. Inventiamo liquidi per ingannare il tempo e per sollecitare il senso del gusto, uno dei più importanti, in funzione compensativa dell’ipocondria da stasi. I piccoli di casa, invece, usano i bicchieri soprattutto per giocare, con le palline, coi colori, o per far germogliare le lenticchie. Mentre gli anziani non vedono bene i bicchieri, perché ogni ora qualcuno della famiglia si avvicina loro dicendo: «Devi bere due litri di acqua al giorno», oppure «devi prendere le pillole». Ma c’è un’altra lettura possibile del bicchiere, della nostra “piccola cosa” quotidiana, una lettura, come si dice, metaforica, o allegorica: l’umanità la vediamo dividersi in due, quelli che vedono il bicchiere mezzo pieno e quelli che lo vedono mezzo vuoto. In effetti ci dividiamo equamente tra ottimisti e pessimisti. C’è chi conta i giorni che mancano alla libertà (in costante diminuzione) e coloro che contano quelli passati dall’inizio della reclusione (in costante aumento); c’è chi ascolta i numeri della pandemia del giorno con lamentazioni bibliche epocali e chi commenta semplicemente con un «avanti» che dice l’esistenza di una qualche via d’uscita. Ancora, c’è chi preferisce concentrarsi sui soldi che non abbiamo guadagnato e chi su quelli che abbiamo risparmiato. E poi c’è il mio amico Mario che con sommo realismo cita Einstein e il suo pensiero sulla crisi, la migliore occasione per rimettere in moto la creatività umana. Senza parlare di Edvige, la vecchietta del mio pianerottolo, che ogni santa mattina dal suo terrazzino mi saluta così: «Alla fine anche lui è uscito dal sepolcro». Coraggio!


Suggestione
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Jean-Baptiste Poquelin, detto Molière, era un celeberrimo commediografo francese del XVII secolo, rimasto noto soprattutto per una pièce teatrale da tutti conosciuta, più del suo autore: Il malato immaginario. In questi giorni di pandemia molti di noi avremmo dovuto rileggerla per sdrammatizzare situazioni ritenute invece drammatiche. Ossessionati dalla stanzialità forzata e dalla valanga di cattive notizie sulla pandemia, senza il confronto costante con amici ed esperti, ci siamo fatti suggestionare dagli eventi esterni. Così ci siamo informati, praticamente tutti, sui sintomi del Covid-19: congiuntivite, febbre, astenia, tosse secca, mal di testa sono i principali. E allora, al primo colpo di tosse ci si dice: «Eccolo che arriva». Dopo aver trascorso sei-ore-sei dinanzi allo schermo del computer, per un leggero pizzicore degli occhi affaticati si sentenzia: «La congiuntivite, mio Dio!». E poi la sera ci si abbandona sul divano sfiniti, vittime «di una grave astenia», cioè mancanza di forze. Da quarant’anni, poi, svegliandomi e aprendo la finestra sternutisco una o due volte, forse semplicemente per lo sbalzo di temperatura: «Ma questa volta è lui», cioè il coronavirus. Di mal di testa, poi, mezzo mondo ne soffre di questi tempi, più per la reclusione che per altri motivi, ma la paura sale non appena la tempia mi batte appena un po’. Il termometro, naturalmente, è in bella vista sul comò, «non si sa mai». L’altro giorno mi sentivo febbricitante, ho misurato la temperatura… ed effettivamente avevo raggiunto un picco al contrario, 35.8! Un medico amico me l’ha confermato: le sue consultazioni telefoniche o via video ormai sono al 70 per cento per casi di gente che ha sintomi più o meno generici di coronavirus: a tutti, salvo per casi evidenti, dà sei ore di riposo assoluto, «poi mi chiamate se il sintomo persiste». Ma non persiste quasi mai. A dire il vero, il mio amico ha pure avuto quattro o cinque casi di coronavirus tra i suoi pazienti, e uno è morto. Siamo tutti suggestionabili, in misura diversa. Anche se in questa pandemia, come mi ha confessato una conoscente, «passati i primi 14 giorni – quelli che si reputava fossero necessari per escludere di essersi ammalati – ho cominciato a capire di essere passata da suggestionabile a fatalista. Molière avrebbe forse modificato la sua commedia se avesse vissuto questa pandemia. Avrebbe scritto Il malato immaginario diventato fatalista. E avrebbe venduto molto di più.


Divano                    torna su

Si tratta di un elemento di arredamento dei nostri salotti usato meno di altri. Ma in questo periodo di coronavirus è diventato il luogo preferito di tante attività, nella reclusione forzata in cui ci troviamo. Così il papà – nella famiglia N. – ama sistemarsi nel posto a lui solitamente riservato con il laptop, cioè il computer portatile, sulle ginocchia per svolgere il suo lavoro quotidiano da remoto. Deve però combattere con le intrusioni di campo dei bambini piccoli che vorrebbero giocare sul divano, e della moglie che, nella sua furia igienista, pretende di passare l’aspirapolvere in salotto ogni santo giorno. Senza contare la nonna, che nel suo nido fa la calzetta, anche se ascolta e vede tutto. I figli più grandi, invece, preferiscono il divano per chattare, per conversare con amici vicini e lontani attraverso quel telefonino che diventa una vera finestra sul mondo. E poi c’è il gatto, che non ammette che lo si costringa in orari particolari. Ma il divano diventa anche un luogo di maggior socialità, a casa N.: è luogo di riunione plenaria (tranne la nonna) per il film serale, visto che hanno fatto l’abbonamento a Netflix; è luogo di preghiera (tranne per gli adolescenti) alla mattina, per la messa del papa; è luogo di giochi di società, nel tardo pomeriggio (tranne i marmocchi), epiche battaglie di Monopoli e Risiko; è luogo di ginnastica (genitori e nonna esclusa) seguendo l’istruttore sullo schermo della tv; è luogo di turbinose corse e stasi per le tornate di nascondino dei piccoli (solo loro talvolta coi fratelli adolescenti); è luogo di gustose apericene (tutti presenti) un po’ eccentriche rispetto alle cene tradizionali. Effettivamente, mi dico, la famiglia N. – padre, madre, nonna, cinque figli – dimostra che il primo luogo di socializzazione, di educazione al vivere insieme è proprio la famiglia. Vituperata famiglia che nell’emergenza coronavirus meriterebbe il Premio Nobel per aver tenuto insieme le nostre società.


Lacrime
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Il 29 marzo, nella messa mattutina a Santa Marta, papa Francesco aveva detto: «Signore, che io pianga con te, pianga con il tuo popolo che in questo momento soffre. Tanti piangono oggi. E noi, da questo altare, da questo sacrificio di Gesù, di Gesù che non si è vergognato di piangere, chiediamo la grazia di piangere. Che oggi sia per tutti noi come la domenica del pianto». Quante lacrime, effettivamente, abbiamo raccolto o versato in questa pandemia! Da quelle drammatiche suscitate dalle notizie di contagiati dal virus o addirittura morti, a quelle parallele ma di gioia per la guarigione di un malato. E poi le lacrime dei papà e delle mamme per la frustrazione dovuta al lavoro perso o diminuito, o dei bambini per la lunga quarantena a casa senza poter correre e giocare, delle giovinette per la mancanza di amici e amiche a cui parlare e confidarsi, per la fidanzata così vicina e così lontana, per la mamma isolata a casa a 400 chilometri di distanza, per il figlio bloccato all’estero dall’interruzione dei voli, per le malattie pregresse che non possiamo più curare come si deve. E ancora le lacrime di una coppia che dopo due mesi di convivenza forzata 24 ore su 24 si trova al bordo della rottura, così come le lacrime per i grandi dolori, la sofferenza degli innocenti, la paura degli slum in India, per le inadempienze di tanti governanti. Lacrime per i massimi sistemi o per le minime contingenze, quindi. Tutto può essere ed è occasione di lacrime. Mi ha telefonato una conoscente dicendomi: «Di questo periodo mi ricorderò tante, tantissime lacrime, di tutti i tipi. Ma mi ricorderò soprattutto che alla fine tutte si sono asciugate. Non solo e non tanto perché non avevo più lacrime, o non ne avevano più gli altri, ma perché le lacrime hanno prosciugato il dolore».


Insonnia
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Le “piccole cose nella pandemia” di oggi riguardano solo la metà dell’umanità, quella che la notte fatica a dormire. L’altra parte, quella che invece appena vede una superficie orizzontale già sta dormendo nella propria testa, per favore resti pure a leggere, ma sospendendo il giudizio verso chi non gode della propria fortuna. La notte degli insonni è ricca e povera, complessa e talvolta drammatica. Complessa e drammatica, perché non se ne conosce la sceneggiatura in anticipo: può rivelarsi una commedia leggera o un dramma che incute timore o una tragedia da battere i denti. Ricca e povera, perché ci sono delle notti tranquille con larghi spazi regalati alla creatività – lettura, scrittura, pensiero, decisioni da prendere, progetti da inventare… –. Talvolta, però, il sonno è un semplice contrappunto che lascia esauriti, prostrati. E poi ci sono le notti col botto, quelle popolate dagli incubi. Uno dei più comuni, già prima della pandemia da coronavirus, era quello del contagio e dell’epidemia improvvisa. Un incubo che si dipana in forme varie e che oggi ci angustia doppiamente perché, una volta svegli, il senso di sollievo dura poco, visto che in una pandemia ci siamo dentro fino al collo. Stanotte, ad esempio, dopo una lunga serata lavorativa su Zoom, mi sono addormentato bene, ma alle 2 sono stato risvegliato da un incubo strano, che non capivo: mi sentivo soffocare, sommerso sotto una valanga di formulari che dovevo riempire, pena la condanna a morte. Tali formulari dovevano essere compilati in… cinese! E chissà quanti altri incubi i lettori potrebbero raccontare, bisognerebbe raccoglierli. Morale: la luce mattutina porta sollievo dopo le notti da incubo, anche se in altri casi di insonnia dopo una notte insonne anche la luce può sembrare un incubo. Luce che ci permette di chiamare il nostro medico per capire che tisana prendere, che igiene di vita adottare, al limite che mezza pilloletta prendere.


Prigione
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Alzi la mano chi, da due mesi in qua, non ha almeno una volta detto o pensato così: «Ora capisco chi è in prigione». Le nostre società occidentali, liberali, liberiste o libertarie, sono basate sulla libertà, o più probabilmente sul libero arbitrio: libera circolazione di merci e persone, (più o meno), libertà di pensiero, culto, stampa e opinione (almeno così crediamo che sia), libertà d’impresa e via dicendo. Ciò porta all’uguaglianza nelle possibilità di studio e lavoro (anche se, chissà perché le disuguaglianze aumentano) e all’altra uguaglianza, quella di fronte allo Stato e alla legge. Le nostre società liberali occidentali hanno bisogno di sistemi giudiziari che siano imparziali (se non giusti) per poter sanzionare chi esce dal seminato, con sentenze di diversa gravità, la peggiore è l’incarceramento. E oggi siamo tutti in prigione, pur senza aver infranto la legge, almeno individualmente. Privati di libertà da un minuscolo organismo che non ha nemmeno statuto giuridico possibile né indirizzo postale, quindi non perseguibile. Che fare? Certamente è questo un tempo propizio per trovare o ritrovare la dimensione interiore della libertà, visto che troppo spesso l’abbiamo ridotta a libero arbitrio, cioè a potere di far quel che vogliamo, sostanzialmente senza impedimenti (la società dei diritti portata all’estremo, senza doveri). Forse la vera libertà è quella di colui che, stando in qualsivoglia situazione, al limite in prigione, si sente comunque d’animo libero. Ci avevamo mai pensato? Ma il vero antidoto alla mancanza di libertà, quel che può riempirmi il cuore oltre che la mente, è il terzo principio delle nostre democrazie, il terzo lemma della rivoluzione francese: fraternità, termine laicissimo e dimenticatissimo. Liberi, perché uguali e fraterni. Uguali, perché liberi e fraterni. Fraterni, perché liberi e uguali. Ma guarda un po’


Responsabilità
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I poveri governanti (si fa per dire) si trovano in questi giorni dinanzi a scelte che paiono superare le loro capacità, perché in nessun manuale di politica contemporanea si può trovare il caso attuale: bisogna far ripartire le nostre società dopo un paio di mesi di stop da Covid-19 cercando di minimizzare i danni economici ed evitando nel contempo che la pandemia riparta dopo tanti sforzi che hanno fatto lentissimamente abbassare i numeri della tragedia. Compito non facile per i governanti, perché nessuna misura potrà funzionare senza la collaborazione dei cittadini, senza la loro attenzione, la loro responsabilità. Ecco la parola magica: responsabilità. Che vuol dire assumere dei comportamenti precisi, perché i nostri atti possono aver riflesso sugli altri, cioè su quel benedetto “bene comune” di cui tutti parliamo ma che non sappiamo bene cosa significhi. Per questa responsabilità da anni stiamo cercando di fare diligentemente la raccolta differenziata dei rifiuti: ora dobbiamo fare qualcosa di simile nei comportamenti sociali. Quando, prima di uscire di casa, controlliamo di avere in tasca i guanti di lattice o di nylon, il flaconcino di alcolgel, dei fazzoletti di carta e la mascherina d’ordinanza, stiamo compiendo un atto di responsabilità, di civiltà. Quando stiamo attenti a non premere con le dita nude il bottone dell’ascensore o ad afferrare la maniglia di ingresso, siamo dei cittadini modello. Quando, camminando per la strada, cerchiamo di rispettare i 150-200 centimetri di distanziazione sociale dai nostri simili, lavoriamo per il bene comune. Quando vediamo un amico arrivare e ci fermiamo a distanza, resistendo all’istinto di abbracciarlo, stiamo compiendo una missione civica. Il coronavirus sta reintroducendo nella nostra società dei diritti, sacrosanti diritti, anche la necessità di osservare dei doveri, insopprimibili doveri. Il coronavirus è un gran maestro di educazione civica.


Primavera
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Uno degli effetti indubbiamente positivi del coronavirus consiste nella diminuzione drastica dell’inquinamento atmosferico delle nostre città. Vivo in un agglomerato urbano tra i più inquinati al mondo, per cui gli effetti del blocco delle auto e delle attività produttive sono evidentissimi: l’aria è finalmente pura; il cielo azzurro e non grigio; i tanti piccoli disturbi come pizzicore agli occhi, raschiamento costante della gola, tossi varie, problemi dermatologici superficiali, sono d’improvviso scomparsi. Sarà per questo, ma quest’anno, dopo decenni passati a lamentarsi perché «non ci sono più le stagioni», ci stiamo accorgendo che la primavera – udite, udite – arriva di nuovo: osserviamo con più attenzione le temperature mattinali sul display del telefonino; ci siamo impegnati, tutta la famiglia, nelle pulizie di primavera; sull’albero che cresce dinanzi alla finestra della mia stanza osservo giorno dopo giorno, anzi ora dopo ora, il miracolo dei boccioli che sbocciano in fiore; i nostri figli adolescenti, privati della compagnia di amici e amiche, fidanzatini e fidanzatine, manifestano segni di innamoramento platonico a ritmo quasi quotidiano; a casa abbiamo recuperato orari potabili per pranzi e cene; al mattino ci risvegliamo al canto degli uccellini che sono tornati a nidificare sugli alberi della nostra via… Un tempo, per forza di cose, si viveva al ritmo delle stagioni e del ciclo solare. La contemporaneità efficientista ci ha privati dei cicli naturali per imporci quelli del profitto e della produzione. Ma il nostro organismo è ancora tarato sulla ripetizione, sui cicli naturali; quindi coraggio, riprendiamoci il maltolto, con beneficio personale e collettivo. E scopriremo, tra qualche settimana, che pure l’estate è di ritorno (sperando senza più Covid-19)!


Umorismo
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Prima settimana: all’inizio della pandemia ci siamo guardati attorno, la novità era tale che ci siamo chiusi in casa guidati dalla prospettiva di un riposo inatteso. I social impazzivano. Il wifi di casa da subito ha manifestato segni di debolezza per la valanga di filmatini umoristici creati a destra e a manca, spesso con ingegno. Seconda settimana: giriamo uno stupido sketch sull’uscita di casa per andare a prendere un caffè, in terrazza, e lo postiamo su Fb. Terza settimana: è quella delle vecchie comiche di Stanlio e Ollio, che con spirito enciclopedico scarico da Internet. Quarta settimana: cresce l’impressione che la pandemia non finirà più. È la settimana dell’umorismo nero, delle battutacce macabre. Quinta settimana: quella della rassegnazione, l’unico che riesce a mitigare i sentimenti di sconforto e di latente depressione è Charlie Chaplin, il mitico Charlot che con un fiore sbroglia le matasse più intricate nelle relazioni familiari. Sesta settimana: quando qualcuno a casa fa qualche battuta umoristica lo guardo storto e me ne vado per la mia strada… strada… per il mio corridoio. Settima settimana: pur di evadere si fanno cose pazze. Scorgo il figlio del vicino che si arrampica sulla grondaia per deporre nel terrazzo dell’amico sovrastante un “regalino”, un atto di umorismo necrofilo. Ottava settimana: un altro vicino la trascorre inebetito davanti alla tv, a bersi 12 Fantozzi, 4 Zalone, 6 Albanese e 4 De Sica (Christian, non l’immortale padre). Elettroencefalogramma che si avvicina allo zero, come la curva dei nuovi ricoverati. Nona settimana: riprendo gli sketch della prima settimana di pandemia e li credo dei documenti di una remota era giurassica. Decima settimana: mi fanno ridere solo le raccolte delle dichiarazioni dei politici, tipo Trump, Johnson, Bolsonaro… dall’inizio della pandemia fino ad oggi. Grandi comici, anzi, grandi attori di tragedia! Undicesima settimana: mi trovo per caso a sorridere una sera a cena, e poi a letto avverto una certa fatica nei muscoli facciali. E ricordo mia nonna, buonanima, che mi ripeteva come un ritornello: «Il riso abbonda sulla bocca dello stolto». E scoppio a ridere


Maniglia
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È uno degli oggetti più temuto nella pandemia, quel meccanismo che, sotto diverse spoglie, ci permette di gestire la logica aperto/chiuso, acceso/spento, on/off che regola la nostra vita civile, sin dai tempi delle società primitive. Forse la prima maniglia è servita a chiudere un ovile, o una caverna-abitazione, chissà. In fondo è la medesima logica che guida quel grandioso esperimento sociale chiamato distanziazione sociale o lockdown, gli inglese sono sempre sintetici, cioè il confino sanitario. La maniglia – e analogamente i bottoni dell’ascensore, quelli degli impianti centrali del condominio, i cancelli con l’apertura elettrica e tutti quegli strumenti che permettono di attivare un motore, o di aprire o chiudere una porta – è altamente temuta, perché è tra i principali veicoli di contagio, ricevendo le impronte digitali di sconosciuti che le usano meccanicamente, senza pensarci. Ecco quindi l’uso di guanti, gomiti, scarpe o fazzolettino di carta per evitare di far entrare in contatto la propria pelle con quelle superfici, ricettacolo potenziale di virus. L’altro giorno, in una conversazione tra amici online, mi è stato fatto notare come nelle smart city, le città “facilitate” del futuro, non ci sarà più bisogno di girare maniglie o premere bottoni, perché tutto sarà gestito in modo digitale: tapparelle, lavatrice, forno… Ma alla fine bisognerà pur premere la superficie di un cellulare? Nemmeno, basterà il pensiero o la voce. Mamma mia! A parte il fatto che la crisi economica ci impedirà a lungo di avere i soldi per procurarci simili gioielli, mi chiedo come possa concepirsi una società asettica, senza contatti fisici. E penso a quelle analisi scientifiche che spiegano la pandemia concentrata nei Paesi ricchi soprattutto con fattori genetici e di igiene: sì, proprio così, igiene. Non avremmo più anticorpi, quelli che di solito ci creavamo entrando in contatto con i virus e i batteri depositatisi delle maniglie. Intendiamoci, ora è il tempo dei guanti e delle mascherine, e guai se non li mettiamo!


Sorpresa
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Di certo non possiamo paragonarle a quelle dei carcerati che, poniamo dopo vent’anni, escono di prigione, ma le piccole gioie che stiamo assaporando dopo più di due mesi di reclusione forzata da coronavirus hanno il gusto della sorpresa, della “prima volta”. Ieri un amico, nell’ennesimo zoom, ha avuto la sfrontataggine di mostrarsi al mare: c’era stata un’emergenza nella sua casetta da ferie. Sembrava liberato da un macigno. Mentre una mia amica mi ha spedito una foto della sua prima passeggiata in un parco pubblico dopo quasi tre mesi: «Una meraviglia», commentava, lei sempre parca di parole. Il figlio del vicino, poi, l’ho beccato ieri pomeriggio tutto in ghingheri: «Vado dalla mia fidanzata», mi ha detto. Aveva in mano un mazzolino di fiori un po’ sbilenco, raccolti nel terreno abbandonato dietro casa e non un bouquet da 50 euro. Io stesso ieri sono stato invitato a pranzo da amici, una gioia da tempo sconosciuta, l’amicizia riscoperta, l’indispensabile socialità ritrovata. Ovviamente tutti armati delle mascherine d’ordinanza e di un metro (mentale) per calcolare i canonici 150 centimetri di distanza dai nostri simili. Stiamo riscoprendo l’emozione, l’intima gioia che si provano quando si può sperimentare qualcosa di nuovo, di dimenticato, persino di proibito. Non è cosa di poco conto, anzi stiamo compiendo un atto rivoluzionario: addirittura contro il capitalismo, che ci ha abituato ad avere tutto e subito, a consumare troppo, anche noi stessi, anche il capitale di sorpresa ed emozione che ci è assegnato. Mi accorgo che la mancanza di tante grandi cose in questi tempi di pandemia ci sta ridando il gusto della “prima volta”, della sorpresa, dell’emozione per le piccole cose.


Cantiere                    torna su

Dal terrazzo di casa mia scorgo un grosso cantiere, proprio sotto il mio condominio. Nei primi giorni della pandemia osservavo strani movimenti dei muratori, come se l’impresario cercasse di continuare le attività malgrado i divieti. Finché una mattina una squadra mobile della polizia ha messo fine al balletto. Dopo una settimana, le erbacce erano già visibili, mentre su alcuni muri facevano la loro apparizione delle opere di street art, alcune di eccellente fattura. Qualche sera ho scorto tre o quattro ragazzi saltare da un muro all’altro, in quel pericoloso sport chiamato parcour. Poi solo gatti e cani. Due mesi di stop. Ogni mattina, svegliandomi, avevo preso l’abitudine di guardare la città dalla terrazza: un pensiero ai reclusi (la gente come me, che cercava di ammobiliare decentemente le giornate), uno per i senzatetto e un altro per i ricchi (forse più tristi dei barboni in questo periodo, senza la possibilità di spendere il loro denaro), un pensiero al mistero del dolore (guardando i quattro campanili che si scorgono dal mio appartamento) e uno alla morte (guardando invece l’ospedale e immaginando i malati sotto respiratore), ancora un pensiero all’inquinamento scomparso (seguendo il percorso delle strade deserte) e uno allo struggente desiderio di evasione (il parco sulla collina). E poi il cantiere, un pugno nello stomaco, la mia personale icona dell’economia bloccata. Come vivremo? Ce la faremo a ripartire? E chi non ha nulla da parte come se la caverà? Come pagherò le tasse? Le domande di tutti. Ci sono dei momenti nella vita in cui non ci sono risposte, ma solo domande sospese. Bisogna saperli vivere questi momenti privilegiati, penetrare in profondità nel proprio cuore. Davanti a un’icona di solito ci si raccoglie, anche dinanzi a quella del lavoro perduto. (Stamani tre o quattro operai stanno ripulendo il cantiere, forse si riparte).


Tetto                    torna su

Da casa mia, che è posta su un’altura, ho il privilegio in questa pandemia di poter ammirare un discreto panorama, seppur urbano. Sono fortunato, rispetto a chi abita ai piani bassi incassati nelle vie della città. In questi due mesi mi sono accorto dell’intensa vita che si svolge sui tetti o sulle terrazze sommitali. Mi sono accorto, ad esempio, che un pensionato su una terrazzina e su un pezzo di tetto di cui si è appropriato ha creato un vero laboratorio meccanico: in spazi angusti produce strutture metalliche di tutto rispetto. Nel palazzo accanto le signore del condominio credo si siano accordate per gli orari della prima tintarella della stagione: dalle 9 di mattina alle 7 di sera sembra di essere a Rimini, ma sempre con la distanziazione sociale necessaria, anche se non mi sembra che le signore usino la mascherina, si fa per dire. Due giovani uomini, poi, su un terrazzo di una certa ampiezza, circa 50 metri quadri, hanno messo su un orticello, scorgo pomodori, zucchine e melanzane; ma in un angolo, a quanto capisco, coltivano pure un po’ di cannabis. Ogni giorno, poi, alle 7 di sera, su un tetto spiovente di tegole rosse, vedo una ragazza assai agile che s’inerpica fuori dall’abbaino, si siede con una tazza di caffè accanto, le cuffie nelle orecchie e un libro in mano; mi piacerebbe sapere cosa legge, mi sembra uno spirito libero. Il must dei must, però, sono un ragazzo e una ragazza, che sembrano intendersela bene, che fanno ginnastica assieme ogni pomeriggio, ma in due terrazzi diversi, su palazzi distanti pochi metri l’uno dall’altro. Il bello è che talvolta giocano… a tennis! Infine, non posso non citare il personaggio che sta costruendo una verandina, sicuramente abusiva, sul suo bel terrazzo. Varia umanità. In un periodo che ci costringe noi malgrado a tenere i piedi ben fissi per terra, fa piacere vedere che tanta gente coltiva comunque la tendenza verso l’alto, in attività che ci aiutano a guardare le cose con una certa visione, dall’alto appunto. Cercando di rimanervi.


Verità
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Nella permanenza coatta dentro i pochi metri quadrati del nostro appartamento-prigione, la mente viaggia, o più spesso vaga. Più che elaborare ragionamenti rigorosi e perfetti sillogismi, passiamo da una cosa all’altra senza apparentemente legame. Nulla di strano, abbiamo perso i tradizionali punti di riferimento. Vaghiamo, molto spesso, alla ricerca della “verità”, niente meno. Ascoltiamo le notizie sul mostro che sembra sia migrato dal pipistrello all’uomo a Wuhan e seguiamo gente che esigono dai cinesi «la verità e tutta la verità». Sentiamo un onorevole uomo politico che, senza alcuna competenza, ci dice: «La verità è che il coronavirus se ne andrà da solo come è venuto, quindi facciamo come ci pare». Seguiamo un filmetto sui social che spiega come il coronavirus resti nell’aria per almeno 12 ore, e ci chiediamo se sia vera quest’affermazione di XYZ o non piuttosto quella di ZXY che dice che vi resta solo pochi istanti. E che dire delle valanghe di false notizie, di fake news, che ci assillano? Cerchiamo la verità e poco alla volta sentiamo crescere dentro di noi degli anticorpi non al virus ma alle false notizie, poco alla volta. Ecco poi la “soluzione finale”, cioè l’articolo decisivo su un grande quotidiano dal titolo: «Tutta la verità sul Covid-19». Però, che potere! Ma c’è una verità più profonda che cerchiamo, più fastidiosa se vogliamo, quella di noi stessi: chi siamo? dove andiamo? Cosa vogliamo? Le domande di Kant e Dostoevski, di Socrate e di Heidegger. Ci troviamo in compagnia di noi stessi così a lungo, senza alcuna distrazione, che le domande risorgono martellanti. Possiamo filosofeggiare quanto vogliamo, leggere e ascoltare, ognuno troverà delle soluzioni parziali o totali, dipende, magari ricorrendo piuttosto a categorie del cuore che della mente, o viceversa, oppure ricorrendo alla fede. La mia personale proposta è semplicissima: se il vero va in parallelo con il buono e con il bello – le tre categorie fondamentali della nostra vita – quando non ho risposte alle domande sulla prima categoria ricorro alla seconda e alla terza. Se faccio qualcosa di buono mi sento vero, più vero. Se m’immergo in qualcosa di bello, in una musica o in una poesia, mi sento più autentico, più me stesso. Provare per credere.


Fobia
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Secondo i dizionari, la fobia è una «paura angosciosa per lo più immotivata e quindi a carattere patologico». Qualcuno dei milioni di reclusi da coronavirus ha sviluppato in questo periodo delle vere patologie, come la vecchietta del terzo piano che non apre più la porta da 61 giorni perché ha paura che entri il virus. La polizia sta cercando di convincerla ad aprire, se no sfondano la porta. Ma la stragrande maggioranza di noi ha coltivato solo “piccole fobie”, forse semplicemente delle manie, che in queste settimane di reclusione sono diventate quasi… comiche, almeno a guardarle da fuori. Con ogni probabilità, anche se non esistono statistiche al riguardo, la maggior parte di esse sono legate a igiene, pulizia e disinfettazione. Oltre le normali precauzioni igieniche di prammatica in questi tempi – mascherine, guanti, lavaggio delle mani, evitare di toccare maniglie e pulsanti… – ognuno di noi si concentra su uno o più dettagli. Così c’è la signora che ha messo dei sacchi di plastica fuori dalla porta nei quali infilare le scarpe prima di entrare, e così non mancano coloro che invece hanno la fobia dei sacchetti del supermercato e quindi li portano da casa, come se fossero magicamente repellenti al virus. Vabbè. Un amico ha trovato un bel po’ di mascherine, ma le tiene religiosamente da parte perché «non si sa mai». Usa sempre la stessa, ormai ridotta a brandelli, ma nel togliersela usa tutte le precauzioni possibili, si lava tre volte le mani, usa dei fazzoletti di carta per sfilarne i laccetti, senza far conto evidentemente dei virus eventualmente depositatisi sul tessuto. Vabbè. Ancora, quando si trona da un “viaggio all’altro capo del mondo”, cioè dal macellaio o dal verduraio, bisogna togliersi i vestiti? Può essere una buona idea, ma non come fa immancabilmente l’amico Mario (che poi li lascia sulla sedia su cui si accomoda per lavorare). Vabbè. Purtroppo c’è chi coltiva fobie da reclusione contro la pelle nera, contro i poveri, contro i bambini che schiamazzano, contro le mogli che vogliono far pulizia tutto il santo giorno, contro chi ha tic nervosi… Sono ben più gravi. Sia come sia, perché un semplice timore non diventi fobia, o una piccola mania non diventi patologia, basta coltivare un po’ di umorismo, e saper sorridere di se stessi. Allora la fobia può diventare una scusa per conoscersi meglio e far risvegliare in noi quel piccolo Socrate che dorme da qualche parte nella nostra mente.



Dimenticati
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Un fenomeno assai diffuso tra i forzati alla reclusione da coronavirus è quello del riallacciare rapporti con parenti e amici da tempo dimenticati. Vicini di casa di vent’anni fa, cugini di secondo o terzo grado emigrati altrove, un fratello con cui ci si era disputati per questioni di eredità, un collega che era stato trasferito in un’altra città, quella signora con cui si faceva sport due anni fa… Quanta gente incontriamo e quanta gente dimentichiamo! Ne avevo parlato con un amico, Giulio, uno che ama sempre fare delle liste per poter depennare le singole voci e così sentirsi la coscienza a posto, mi ha detto di aver scritto la bellezza di 124 nomi nel suo personale elenco di persone dimenticate. Franca, invece, un’altra amica comune, per imitarlo si è messa a redigere la sua di lista, ma si è fermata dopo n+1 persone dimenticate, perché, mi ha detto, «avevo l’impressione di scorrere un elenco di aborti relazionali. Non si trattava solo del tumultuoso corso della vita che porta sempre altrove, ma di una mia personale mancanza di fedeltà». Urca… Che fare? Giulio si è messo di buzzo buono e, approfittando del fatto che è in cassa integrazione, ha smaltito la sua lista in tre giorni, con sua grande soddisfazione. Franca, invece, che in questi giorni ha visto il suo lavoro aumentare a dismisura (è insegnante), ha deciso di chiamare una persona al giorno. Di questi tempi è facile trovarle, siamo tutti a casa. Mi ha detto: «Ti assicuro che, ogni sera, questo momento di ritrovo mi suscita un vero impeto di gioia da tempo dimenticata. Certo, talvolta scopro dolori, gente morta, malattie, separazioni. Ma comunque è per me un momento di verità». Mi vien voglia di provare anch’io.


Condizionatore
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Coi primi caldi, anche se non ovunque, soprattutto se costretti a casa in angusti appartamenti poco aerati, guardiamo a un elettrodomestico sempre più comune come a un’ancora di salvezza. Parlo del condizionatore che compie il miracolo di allungare a dismisura il tempo del benessere. Una grande invenzione, che ha permesso a circa due miliardi di uomini e donne, coloro che vivono nei Paesi più caldi, di cambiare vita. Senza condizionatori non esisterebbero ad esempio Dubai, Riad, Doha. Accade di questi tempi, almeno nelle case in cui non ci sia aria condizionata dappertutto, di concentrarsi in quelle stanze dove la temperatura sia più fresca. È vero, quest’anno non abbiamo avuto il tempo di cambiare i filtri, speriamo che il gas non faccia difetto. È vero tutto ma godiamoci un po’ di frescura. Magari rivolgendo un pensiero a tutti coloro che non possono permettersela o che forse non possono permettersi nemmeno una casa in muratura, o nemmeno una baracca, gente per cui la distanziazione sociale è una barzelletta, perché ci sono altri mille motivi più gravi per morire, una difterite, la fame, le più banali infezioni. Pensiamo tutto ciò al fresco, senza temere che la corrente possa interrompersi (come accade a tantissima gente), o senza il timore che diminuisca la potenza erogata (che trasforma il condizionatore in una stufa), o ancora senza il timore che ci vengano tagliati i fili della corrente perché non abbiamo più i soldi per pagare l’elettricità. Che dire, siamo dei privilegiati, anche se c’è piombato addosso il coronavirus. Quando qualcosa viene a mancare ci si rende conto, passato il momento del disappunto, che abbiamo ancora tanto a disposizione.


Congedo
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Finalmente! Un po’ d’aria! Come bambini sciamiamo fuori dalle quattro pareti che per quasi tre mesi ci hanno protetti, ma anche incarcerati, per respirare a pieni polmoni! Usciamo con il nostro capitale di frustrazioni, di piccole fobie, di ritrovata intimità domestica, usciamo di nuovo in società, usciamo per spendere un po’ di soldi, quelli che sono rimasti, usciamo semplicemente perché la persona umana è fatta per stare all’aria aperta e insieme ai propri simili, anche se poi di un suo nido ha estremo bisogno. Certo, siamo un po’ impacciati e goffi con le nostre mascherine che ci rigano il volto, con i guanti di lattice che ci fanno sudare le mani, con nella testa un metro (e mezzo) immaginario per preservare la necessaria “distanziazione sociale”, ma siamo felici di riconoscere dietro quei pezzi di stoffa tenuti agganciati alle orecchie, sotto capigliature da hippy e dietro barbe incolte i volti di amici e conoscenti. Domani tanti di noi riprenderemo il lavoro con un certo timore ma con indubbio sollievo: il lavoro nobilita l’uomo, o quant’è vero. Altri, che non hanno mai smesso di lavorare da remoto, almeno ritroveranno in carne e ossa le figurine di zoom. Altri ancora si metteranno alla ricerca di un nuovo lavoro, perché il precedente s’è sciolto al sole. Si parla di “ripartenza”, di “fase 2”, ma credo sarebbe più giusto dire di “rinascita”, perché le cose non saranno più come prima, le nostre “piccole cose nella pandemia”. Siamo diversi, più bambini da un lato e più adulti dall’altro, siamo più riflessivi, abbiamo una vita interiore più ricca. Sì, abbiamo pure delle nuove ferite che dobbiamo curare. Inventiamoci una vecchia-nuova vita, più bella e più vera. Magari faremo le stesse cose, ma in modo diverso, perché nella vita non è importante quello che si fa, ma come lo si fa. Anche il vostro scribacchino torna alla normalità, dopo aver vergato tre taccuini di “piccole cose”. Accompagnarvi nei giorni della pandemia è stato un onore, non un onere. Coraggio!

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