Interviste

Francesco Patton, il Custode di Terra Santa

martedì 11 febbraio 2025
Francesco è vivo nonostante la guerra

Intervista con il Custode di Terra Santa, Francesco Patton, colui cioè che sovrintende alla conservazione dei “luoghi santi” e all’evangelizzazione ad essi legata. Ci riceve nel Convento di San Salvatore a Gerusalemme all’inizio del 2025.

Rispetto a quando è arrivato in Terra Santa, nel 2016, come sono cambiati i suoi sentimenti?

Il sentimento prevalente era quello della curiosità. All’inizio era presente in me un grande interesse per questo mondo, nel quale tra l’altro io avevo chiesto di essere inviato ancora quando ero studente di teologia, anche per la mia grande passione per la Sacra Scrittura. Si è modificata la percezione delle difficoltà che credevo si potessero sciogliere in modo più sereno, costatando spesso come la strada imboccata fosse opposta a quella del dialogo e della pace. Vi è stato un punto di svolta nel 2018, con l’approvazione della legge sul carattere giudaico dello Stato di Israele: da un lato ha segnato un cambiamento nella sensibilità politica nel mondo israeliano, e dall’altro ha fatto da acceleratore del fondamentalismo nazionalista, anche religioso, cioè il movimento dei coloni di destra estrema. Il sentimento che prevale ora è la preoccupazione per una situazione che non mette a rischio la presenza cristiana – in otto secoli noi francescani abbiamo visto situazioni ben più drammatiche –, ma ci segnala che ci aspettano anni difficili. Senza dimenticare che all’indurimento delle posizioni ha contribuito il difficile contesto globale.

Intende dire che non c’è solo il conflitto israelo-palestinese, ma anche la situazione siriana non tranquillizza…

Nel 2016, quando sono arrivato, eravamo nel momento più acuto della guerra in Siria; poi si è passati a un conflitto a bassa intensità, per arrivare alla prima domenica di Avvento in cui s’è sgonfiato il regime: il duplice indebolimento di Hezbollah e dell’Iran (ma anche l’impegno russo in Ucraina) sta giocando sul quadrante siriano. L’azione di Israele ha portato a un progressivo indebolimento del regime di Assad. In più, ha giocato la crisi economica: non si può pagare un soldato diciotto dollari al mese e sperare che resti fedele al capo, neanche le legioni romane rimanevano fedeli ai comandanti se non ricevevano la paga. Quindi la storia insegna, anche se non tutti imparano. Collegato alla crisi siriana, il periodo del Covid ci ha tagliati fuori dal resto del mondo: la chiusura ha fatto da incubatrice a certe tendenze ipernazionaliste e fondamentaliste. Guardiamo poi lo stesso Libano, fragilissimo per la crisi economica e per l’esplosione al porto… E non va dimenticato, sempre in Siria, il terribile terremoto nella zona del Nord-Ovest del Paese».

Come ha giocato sui suoi sentimenti la presenza dei “luoghi santi”?

Il rapporto con i luoghi santi in questi nove anni mi ha sempre sostenuto, rianimato direi, in un periodo di grazie straordinarie. È stata l’esperienza formativa più importante della mia vita. Mi è stata data l’occasione di vivere con culture, riti e religioni diverse, in un dialogo che costruisce sempre qualcosa di nuovo. È molto più quello che ho ricevuto e imparato di quel che ho dato.

Rimanere in Terra Santa è una vera e propria vocazione?

Lo ripeto spesso: essere cristiani di Terra Santa – uso un’espressione molto forte – non è una maledizione, ma una vocazione. Per qualcuno l’essere nati qui sembra una maledizione per le restrizioni, inoltre sei in minoranza e non hai gli stessi diritti degli altri. E invece dico che è una vocazione, perché è la chiamata a dar continuità alla dimensione storico-geografica del mistero della salvezza. Paolo VI amava dire che non c’è solo una storia, ma c’è anche una geografia della salvezza. Nei cristiani di Terra Santa storia e geografia della salvezza si incontrano. Più che coltivare un’identità di cristiani palestinesi, dovremmo coltivare l’identità di cristiani in Terra Santa, avere coscienza di essere gli eredi di una storia di duemila anni. Non è l’elemento etnico a dover prevalere nell’identità, ma quello “teologico”, cioè il sapere che siamo i discendenti dei primi cristiani: alcuni di loro venivano dall’ebraismo, all’inizio la maggioranza, altri venivano dai samaritani, altri ancora dal mondo romano, e c’era pure qualche elemento greco e una componente fondamentale per la missione, quella siriana. Perché la missione non parte da Gerusalemme, ma dalla Siria: non è un caso che i discepoli di Gesù furono chiamati cristiani ad Antiochia.  

Mi diceva in questi giorni al telefono un amico di Gaza: «Il Giubileo parla di speranza, ma qui è difficile mantenerla viva»…

Il messaggio degli ordinari cattolici di Terra Santa per il Giubileo parte citando san Paolo (Rm 5, 5): «La speranza non delude», formula che il papa ha dato come titolo al decreto di indizione dell’anno giubilare. Abbiamo sottolineato in quel messaggio un altro riferimento paolino (Rm 4,18): «Sperare contro ogni speranza». Che ce ne facciamo della speranza in un contesto dove tutto è facile? Il mondo occidentale non ha problemi materiali, ma non ha più speranza: quando si dà troppa acqua alle piante, le radici marciscono. Ma la speranza è teologica, non è il vago desiderio che domani le cose vadano meglio; la speranza cristiana ha il suo fondamento nella Pasqua di Gesù Cristo, siamo stati giustificati attraverso la morte e la risurrezione di Gesù Cristo, nella quale siamo stati immersi col battesimo e col dono dello Spirito. Proprio i cristiani rimasti a Gaza sono l’esempio di questo tipo di speranza, che permette di tenere il cuore sgombro da  sentimenti quali rabbia, odio, desiderio di vendetta.

Il dialogo che si instaura non è teologico, è un dialogo oserei dire della vita. E questo è il presupposto per ogni altra forma di dialogo.

fr. Francesco Patton OFM

Il Patriarca si è recato a Gaza per Natale, dando così un segno della prossimità della Chiesa con i cristiani della Striscia. Quali altri strumenti avete per mostrare la vostra vicinanza?

È il patriarcato che ha giurisdizione diretta su Gaza, noi siamo presenti con attività socio-caritative. Finanziamo la cura dei “bambini farfalla”, ad esempio. Ma la Chiesa è vicina ai cristiani di Gaza prima di tutto nell’aver alzato la voce in favore del cessate il fuoco, del rispetto delle popolazioni civili, andando incontro a forti critiche. L’abbiamo detto anche prima che in Occidente cominciasse a cambiare la percezione di quello che accadeva a Gaza. Non dobbiamo dimenticare che il Medio Oriente non è l’Occidente secolare: qui l’orizzonte religioso è ciò che dà senso alla vita per cristiani, ebrei e musulmani, perfino per gli atei. E quindi per i cristiani della Striscia sapere che si prega per la loro comunità è importantissimo. Qui siamo nella terra dei miracoli, e c’è ancora fede, anche se mancano altre cose.

La comunità cristiana da queste parti è sempre minoritaria…

Essere minoranza non vuol dire non avere voce; anzi, ciò permette di farsi sentire. Quando si è in pochi, c’è una maggior capacità di maturare una coscienza più forte dei valori del proprio gruppo. I cristiani qui, se vogliono, hanno la capacità di influire a livello politico per il loro livello culturale. Il presidente israeliano lo ammette: quella cristiana è la componente della popolazione più acculturata. Sono le scuole cristiane quelle che hanno il livello più elevato di qualità d’insegnamento. Si incide politicamente se si incide culturalmente, non viceversa.

Qual è oggi il ruolo dei francescani nella Terra Santa?

Continuare secondo le indicazioni di Francesco nella Regola non bollata: siamo mandati come agnelli in mezzo ai lupi e bisogna essere prudenti come serpenti e semplici come colombe. Poi dava alcune indicazioni per l’evangelizzazione: la prima è che i frati non facciano liti o dispute, siano soggetti a ogni umana creatura per l’amore di Dio e confessino quindi di essere cristiani. Il che significa non avere un’evangelizzazione aggressiva, ma piuttosto della testimonianza e del servizio gratuito. Aggiunge poi che, quando vedranno che piacerà al Signore, si evangelizzi esplicitamente e si amministrino i sacramenti. Ma l’orizzonte da tener presente, dice Francesco, è sempre quello del martirio: «Ricordino i frati che hanno già consegnato la propria vita nelle mani del Signore». Tutto ciò ha avuto un suo costo: in otto secoli, i frati del nostro martirologio sono duemila. Ma abbiamo mantenuto lo stile di chi crede che sia sempre possibile trovare una possibilità di dialogo. Francesco l’ha ritenuto possibile con il sultano, e i nostri frati hanno ritenuto ciò fattibile con tutti i tipi di potere e di governo succedutisi. I nostri frati sono rimasti a Idlib, nel Nord della Siria, e hanno cominciato a parlare con gli islamisti che avevano occupato la regione. Molti dicevano che eravamo pazzi, che dovevamo venire via, e invece i frati rimasti probabilmente sono stati uno strumento della provvidenza, perché tali relazioni si sono rivelate preziose nella caduta del regime.

In questo senso, anche la vostra presenza nei luoghi santi ha oggi un suo significato…

Il Vangelo non è la favoletta di Pinocchio, la nostra fede si basa sull’incarnazione del Figlio. Il mandato è del Papa nel 1342, ed è ancora quello cui facciamo riferimento oggi: vivere e celebrare nei santuari ed essere una comunità internazionale. Non ci sono pellegrini? Non importa, noi siamo presenti come pellegrini, a nome dell’umanità. Preghiamo, celebriamo, valorizziamo la grazia di quel luogo e chiediamo a Dio che continui a operare dentro la storia. Anche essere una comunità internazionale è fondamentale, perché ciò rappresenta la cattolicità, ma anche che non dobbiamo mai essere uno strumento che fiancheggia il colonialismo di questa o di quella potenza. I frati non hanno mai issato le bandiere dei loro Paesi, ma solo quella bianca con la croce rossa di Terrasanta. Adesso siamo di sessanta nazionalità diverse e questo si dimostra ancora provvidenziale, perché siamo in grado di accogliere non solo i pellegrini che vengono da tutto il mondo, ma anche migranti e rifugiati.

San Francesco nell’incontro col sultano ha indicato un orizzonte di dialogo interreligioso, oramai irrinunciabile…

San Francesco aveva un’idea teologica di fondo che oggi si riesce a capire meglio di allora; per Francesco Dio è Padre di tutti. Non solo, egli aveva l’idea che Dio solo è buono: ogni volta che vediamo il bene in atto, vediamo Dio all’opera. È per questo che Francesco diceva ai frati che dovevano imparare a lodare Dio anche quando vedevano che un “infedele” faceva qualcosa di buono. San Francesco ha messo le basi teologiche al dialogo con fedeli di altre religioni, che è un dialogo tra persone: se Plauto diceva Homo homini lupus, che l’uomo è un lupo per l’altro uomo, per Francesco l’uomo è fratello dell’altro. L’ambiente nel quale avviene e si coltiva il dialogo è anzitutto quello delle scuole: nelle nostre c’è la presenza di cristiani e musulmani, più o meno al cinquanta per cento. Il nostro modo di entrare in relazione è aperto e fraterno. Il dialogo che si instaura non è teologico, è un dialogo oserei dire della vita. E questo è il presupposto per ogni altra forma di dialogo.

Grazie delle sue risposte. Ha qualcosa da dire ai lettori di Frate Indovino?

 Che vogliano sempre bene alla Terra Santa, e che si facciano pellegrini.

Intervista tratta dal Mensile di "Frate Indovino", n.2, 2025