Gerusalemme: l’eco della Risurrezione nel fragore delle sirene

C’è un silenzio, a Gerusalemme, che non somiglia a nessun altro. È un silenzio denso, fatto di secoli di preghiere stratificate tra le pietre dorate e il cielo terso della Giudea. Ma negli ultimi tempi, quel silenzio è stato squarciato dal suono sinistro delle sirene, un urlo che ti costringe a fare i conti con la fragilità estrema dell’esistere. Mi chiamo fra Luca Di Pasquale, sono un frate minore della Provincia di Umbria e Sardegna, e dal 2020 al 2024 la Terra Santa è stata la mia casa.
Sono partito per approfondire gli studi di Sacra Scrittura e Archeologia, cercavo tra i reperti e i codici le radici della nostra fede, ma ho finito per trovare Cristo nelle piaghe vive di una terra bellissima e martoriata. Sono stati anni di grazia, ma anche di prove, attraversando il deserto della pandemia e, infine, il buio improvviso sceso quel 7 ottobre.
Abitare a Gerusalemme non è come visitarla da pellegrini. Significa respirare una grazia che deve farsi strada a fatica tra i disordini, le barriere e i sospetti. Significa imparare a dormire con un orecchio teso, pronti a scattare verso un rifugio senza sapere se quel muro basterà a proteggerti. Ma è proprio in questa precarietà assoluta che ho scoperto la forza rivoluzionaria dell’affidamento: quando non hai più certezze umane, resti solo tu e il Signore. E quella quotidianità, che qui in Italia diamo per scontata, là diventa un dono da proteggere ogni istante.
Ricordo bene quando camminavo per strada con il saio. Spesso venivo fermato dai soldati che, con gli occhi carichi di tensione, mi ponevano la domanda più difficile: "Da che parte stai? Con chi ti schieri?". La risposta che mi saliva alle labbra non era una strategia diplomatica, ma l'essenza stessa della nostra vocazione francescana: io sto dalla parte dell’uomo.
Il nostro posto, come cristiani, è l’ultimo posto. Quello scelto da Gesù. Non è un "voltare bandiera", ma l'abbraccio universale della Croce. Se oggi soffre un israeliano, il mio cuore batte con lui; se domani piange un palestinese, io sono lì a raccogliere quelle lacrime. È questa la nostra missione: abitare le crepe dei conflitti per portarvi un seme di pace e fraternità, convinti che le differenze non siano muri, ma ricchezze. Siamo tutti fratelli, poiché figli di un unico Padre.
Oggi guardo le immagini che arrivano dalla Terra Santa con un nodo alla gola. Riconosco quegli angoli di strada, vedo i volti degli amici e dei confratelli rimasti lì, avverto il peso della loro stanchezza. Ma proprio mentre ci prepariamo alla Pasqua, la memoria di quei luoghi si trasforma in speranza. La tomba vuota di Gerusalemme è l'annuncio che nessuna pietra, per quanto pesante, può sigillare per sempre la Vita.
Il mio augurio per voi, lettori di Frate Indovino, è di non permettere al dolore del mondo di spegnere la vostra luce. Che questa Pasqua vi trovi pronti a essere "artigiani di pace" nelle vostre case e nelle vostre città. La pace non è l'assenza di guerra, ma la presenza di un Amore che non si arrende. Cristo è risorto anche tra le macerie: impariamo a scorgere la Sua luce che filtra tra le crepe delle nostre ferite.
Buona Pasqua di Risurrezione!