Il punto

Dal cuore ferito di Beirut: la testimonianza di un sacerdote tra bombardamenti, paura e gesti di speranza

giovedì 12 marzo 2026
Tra bombardamenti e fughe forzate, sacerdoti e religiosi di Beirut raccontano una città ferita che accoglie sfollati, resiste alla violenza e chiede al mondo una sola cosa: pregate per noi.

Beirut, 10 marzo – Le prime ore del mattino rivelano spesso ciò che la notte tenta di nascondere. «Oggi sono sceso presto a Beirut, verso le sei e mezza» racconta don Carlo, sacerdote italiano da anni in servizio nella capitale libanese. Dalla sua casa in montagna, mentre rientra in città, lo sguardo cade sulla distesa di grattacieli ancora immersi nella foschia dell’alba; a sud, invece, una colonna di fumo tradisce l’ennesima notte di bombardamenti.

Dopo aver celebrato la Messa dalle suore di Madre Teresa, il sacerdote raggiunge lo Shelter della parrocchia, dove sono ospitati circa novanta migranti in fuga dal Sud del Paese. «La notte è stata tranquilla» racconta uno degli operatori, mostrando però un video che circola in rete: urla, spari dell’esercito, una scuola occupata con la forza da centinaia di sfollati.

Don Carlo riconosce subito quell’edificio: è la scuola gestita da alcune suore ultraottantenni, donne miti e fragili, che si sono ritrovate al centro di una violenza imprevista. «Vado a visitarle», decide. Durante la notte, infatti, miliziani sciiti del quartiere avevano forzato gli ingressi, permettendo l’irruzione di trecento persone in fuga: porte sfondate, finestre spaccate, scuolabus distrutti, e le suore costrette a rinchiudersi nel loro appartamento. Solo l’intervento dell’esercito ha evitato il peggio.

Oggi quell’edificio non è più una scuola. È diventato uno shelter per le famiglie dei soldati libanesi, un cambiamento che almeno garantisce la presenza di un picchetto armato e una maggiore sicurezza per le religiose. «Ho celebrato la Messa per incoraggiare le suore» dice don Carlo. «E loro, con la loro semplicità, hanno incoraggiato me invitandomi a pranzo».

Nel pomeriggio torna in parrocchia: lo attende il turno delle docce, servizio essenziale per i migranti accolti. «Consegnamo sapone e asciugamani… escono tutti con il sorriso. Dicono che l’acqua è super calda». Una piccola gioia dentro una città che ogni giorno teme il peggio.

La sera porta con sé la distribuzione della cena, mentre in lontananza continuano i bombardamenti nel sud di Beirut e lungo la regione meridionale del Paese. «Preghiamo che finiscano presto» è l’unica conclusione possibile.

Una guerra senza preavviso

Dopo l’ordine di evacuazione emesso il venerdì precedente e rinnovato domenica sera, molti abitanti del Sud si aspettavano una escalation immediata. Ma la realtà, finora, non ha portato un “diluvio di fuoco” più violento rispetto all’autunno 2024: ciò che è cambiato è l’assenza totale di preavvisi. «Ormai siamo considerati ‘avvertiti’» raccontano i sacerdoti della zona. L’esercito israeliano può colpire ovunque, in qualsiasi momento.

Gli obiettivi principali sembrano essere le sedi della cosiddetta “banca” di Hezbollah – una sorta di banco dei pegni interno al movimento – e le figure di comando del gruppo. Molti di questi dirigenti risultano essere iraniani rientrati in Libano l’anno precedente, operanti con identità di miliziani libanesi deceduti.

Tra le vittime civili, però, ci sono anche cristiani che nulla hanno a che vedere con il conflitto. Un parroco del Sud, rimasto accanto alla sua comunità che aveva rifiutato l’evacuazione, è stato ucciso da un bombardamento. «L’IDF non va per il sottile» si legge nella testimonianza: interi villaggi cristiani di Nabatieh sono stati colpiti senza alcuna apparente ragione. Alcuni abitanti sono riusciti a salvarsi, ma non p. Boutros.

«Qualunque sarà l’esito, i cristiani avranno pagato il prezzo più alto di una guerra che non hanno voluto» ammettono i sacerdoti. «Pregate per noi».