Giubileo

Il bilancio del Giubileo 2025

giovedì 05 febbraio 2026 di Franca Giansoldati
Un’affluenza imponente, una fede viva, un evento gestito al meglio

Dal 1300 a oggi, ogni Giubileo ha portato con sé qualcosa di straordinario: opere, monumenti, gesti profetici, simboli e messaggi. Di questo Anno Santo – dedicato alla Speranza, “virtù bambina” come amava definirla Charles Péguy – resteranno impressi nelle pagine della Storia alcuni fotogrammi indelebili.

La forza dei giovani

Sarà difficile dimenticare la forza immensa emanata da quasi due milioni di ragazzi e ragazze nella grande spianata di Tor Vergata. In un silenzio impressionante, quasi irreale, davanti alla grande croce luminosa hanno sostato in un atto di adorazione semplice e controcorrente al tempo stesso, capace di testimoniare che, nell’Occidente secolarizzato, la fede ha ancora molto da dire. Il Vangelo mantiene la sua attrattiva sui giovani, e non e affatto morto, come tanti profetizzano (sbagliando). Sognate di fare cose grandi, portate questa gioia nel mondo, li ha spronati Leone XIV poco dopo aver sorvolato in elicottero per ben due volte – quasi non credesse ai propri occhi – l’immensa area della periferia Est di Roma, traboccante di tende e sacchi a pelo. I giovani pellegrini, arrivati da oltre cento nazioni, non erano lì per un concerto pop o un rave party, ma per attraversare la Porta Santa, mettersi in ginocchio, pregare e confessarsi.

Milioni di pellegrini

In tutto a partecipare spiritualmente a questo evento globale sono stati in 32 milioni. Nell’arco di dodici mesi hanno varcato la soglia di San Pietro e per la prima volta sono stati registrati con precisione dalle fotocellule. Un numero impressionante, andato ben oltre le più rosee previsioni della vigilia: segno che il cristianesimo esercita davvero una forza attrattiva pacifica e aggregante. E può contare su un soft power (potere dolce) irradiando la sua luce sul mondo.

Preghiere e canti

Altra immagine che resterà nella memoria collettiva è lo “strano” flusso di quei fedeli che, da Piazza Pia alla Porta Santa, percorrevano ogni giorno i quattrocento metri del percorso loro riservato pregando o cantando, in fila indiana, dietro una croce di legno portata dai volontari, incuranti del frastuono e del caos attorno. Spesso capitava che, nel viavai di turisti su via della Conciliazione, qualcuno si interrogasse incuriosito: Ma cosa fanno? Pregano in mezzo a una strada? L’organizzatore del Giubileo, monsignor Rino Fisichella, pro-prefetto del Dicastero per l’Evangelizzazione, ha più volte sottolineato come quella manifestazione di fede offrisse una testimonianza esplicita a un mondo spesso sordo o incredulo.

Successo organizzativo

Il bilancio finale, dunque, e più che positivo, per certi versi quasi “miracoloso”. Soprattutto se si considerano le premesse: nei mesi precedenti l’apertura della Porta Santa (la notte di Natale del 2024), diversi progetti in città erano ancora in sospeso, i lavori in ritardo e i cantieri aperti. Eppure, settimana dopo settimana, tutto si è appianato. L’ingranaggio giubilare ha iniziato a girare come un orologio svizzero. Il cosiddetto “metodo Giubileo” – il sistema di consultazione tra Chiesa, Governo, Comune e Regione – ha garantito una collaborazione fattiva e canali di comunicazione sempre aperti, capaci di gestire anche l’imprevisto più drammatico: la morte di papa Francesco e il successivo conclave. Questi due eventi non hanno fermato l’Anno Santo, ma si sono svolti quasi in parallelo, rappresentando per il Vaticano, Roma e l’Italia un banco di prova superato brillantemente sotto i riflettori del mondo.

Nel segno di papa Francesco

In passato c’era stato un solo precedente storico simile: Innocenzo XII, che indisse il Giubileo del 1700 ma morì prima di concluderlo. Papa Bergoglio è stato dunque il secondo Pontefice a mancare durante l’Anno Santo da lui indetto e dedicato alla Speranza, sognando la pace al posto di quella “terza guerra mondiale a pezzi”. Quando Francesco lo annunciò, il suo messaggio fu chiaro: La Città Eterna ritorna a essere il polo di attrazione per rilanciare il messaggio cristiano e riaccendere la speranza per quanti vi giungeranno come pellegrini.

Un anno speciale

Con la chiusura dell’ultima Porta Santa da parte di Leone XIV, la mattina del 6 gennaio alle ore 9:30, si è concluso un anno speciale in cui a Roma sono risuonate tutte le lingue del pianeta: dai dialetti africani al mandarino, dagli idiomi asiatici a quelli dell’Amazzonia. Al centro è emersa la magnetica prospettiva della fede e il bisogno di unità nella diversità. Piccoli gruppi sono arrivati persino dalla Mongolia, per un totale di oltre 160 nazioni rappresentate. In quest’anno si è ricordato anche il 1700° anniversario del Concilio di Nicea che Leone XIV ha celebrato in Turchia. Da gennaio a dicembre si sono avvicendati in tutto una quarantina di maxi-eventi: il Giubileo degli insegnanti, dei catechisti, delle confraternite, del volontariato, dei carcerati, dei poveri e dei malati… È mancato, forse per evitare polemiche dopo il “no” al diaconato, un momento interamente riservato al mondo femminile; in compenso, una parentesi è stata riservata alle persone Lgbt, seppur celebrata in sordina.

In conclusione

Cosa lascia, dunque, questo Anno Santo? Sicuramente la consapevolezza che la speranza non è una scatola vuota, né un’utopia, ma un cammino comune da vivere attraverso segni visibili, illuminati dal Vangelo e resi attuali sotto un unico cielo.

Tratto dal Mensile di "Frate Indovino", n.02, 2026