
Ottocento anni di misura, cioè di regola. E di scena, di teatro. E ottocento anni di dismisura, cioè di stimmate e di Cantico. Ottocento anni di consegna, di morte, di transito. E questi eventi che si leggono l’uno con l’altro, si comprendono guardando l’uno insieme agli altri. La dismisura del Natale con la regola, la morte con il Cantico, il segno delle stimmate e la lode all’Altissimu. Come echi di una unica voce, di una unica canzone. Di una unica santità. Non ci sarebbe stata la dismisura delle ferite e del Cantico, senza la misura della regola, cioè senza la fraternità. Non sarebbe stato chiamato Fratello il sole e Sorella la luna senza la fraternità con Bernardo, Masseo, Leone, Rufino e gli altri uniti nella regola. Non ci sarebbe stata la lode senza la segreta obbedienza, non avrebbe avuto senso l’obbedienza senza il Presepe e le stimmate, non avrebbero avuto senso le stimmate senza il Cantico e la consegna del transito. E sarebbe solo impervio il bosco de La Verna senza la dolcezza di San Damiano, non ci sarebbe stata la regola approvata in Laterano senza i luoghi ritirati di Greccio e del Reatino. Il testo, il tessuto della vita di Francesco che a noi appare misteriosa e attualissima è segnato da molti eventi. Alcuni eccezionali, tanto che li ricordiamo a Ottocento anni di distanza.
Ma il tessuto è uno. Il tessuto è la sua vocazione. Nulla di quest’uomo poeta e santo si può intendere se non alla luce della sua vocazione e dalla sua obbedienza, dal suo ascolto. A nulla serve tirare un filo, o sottolineare un evento, senza leggere il tessuto, senza tener aperta tutta la mappa. La regola che nasce tra l’umile Porziuncola e le grandi stanze del Laterano porta infatti i segni della umiltà ma anche della grandezza del compito. Francesco è chiamato a restaurare la Chiesa. Piccola chiesetta sperduta e grandi aule papali non fa differenza. Nulla di questi muri, sobri o sontuosi, avrebbe senso senza il Presepe e la regola della fraternità. Il silenzio boscoso de La Verna, amato dal poeta Dino Campana e da tutti noi mezzi matti di quelle parti, e accettato in dono da Francesco che amava la povertà non la miseria, porta in un precipizio di stelle quel silenzio in cui si aprirono i cieli. Ma sarebbe solo selva e cielo stellato di tremenda bellezza, roba da escursionisti, se non si fosse macchiato con l’Arcangelo e il sangue. Con le mani ferite, segno dell’innamoramento supremo, Francesco scrisse una lode a Dio e una benedizione all’amico. Perché senza lode a Dio l’amicizia è vacua. Ma senza amicizia la lode a Dio è cieca. E non a caso il centenario della regola è anche il centenario del Presepe. E le aule delle chiese piccole o maestose sono legate al teatro sacramentale della Nascita. Senza l’avvenimento che la anima e motiva la regola sarebbe lingua morta, legaccio idiota, misura infima. Infatti la misericordia, fondamento della regola, è andata in scena a Greccio.
Nella nascita che secondo Tommaso da Celano faceva belare di commozione Francesco. Come un bambino, un parvolus, un agnello. Dinanzi al presepe la regola assume senso. Dinanzi alla mangiatoia le mura della Porziuncola o del Laterano svelano il loro possibile valore di vita e non di monumento. E la dolcezza di san Damiano e l’ospitalità del Vescovo e poi la terra nuda di nuovo alla Porziuncola sono il filo che lega le parole del Cantico che inizia con “Altissimu” e finisce con “humilitate”. Il Cantico dell’uomo che ama le creature perché segno dell’Altissimu Creatore e dunque da trattare con povertà perché sono Sue. Non la miseria ma la povertà era amata da Francesco, quella sposa di Cristo che Dante fa drammaticamente addirittura salire plasticamente come una disperata sulla Croce a baciare Cristo mentre Maria resta giù, ai piedi.
Tutta la vita il piccolino l’ha passata nella lieta povertà che gli dava la coscienza che tutto è di un Altro. Come le donne dei trovatori francesi da cui viene la sua poesia, mischiata con la Bibbia e altre oscure linfe. Si ama ciò che non si possiede. Qui la radice della gentilezza del cuore, la differenza tra amore e possedere. Qui il brivido della povertà, non nel compiacimento banale della miseria. Tutto è di un altro, dell’Altissimu Onnipotente. Per tutta la vita Francesco ha provato a convincere se stesso e chi incontrava che oltre ad Altissimu e Onnipotente quel Signore si chiama “Bon”. Buono. Fosse solo Altissimu e Onnipotente potrebbe essere un principio di terrore e di bestemmia. Invece è Buono, Cristo ha svelato il volto buono del Padre, rompendo l’orizzonte della morte.
Perciò si può morire cantando, sulla terra nuda, ultimo approdo di tanto cammino tra luoghi impervi, aule affrescate, piccole celle, sobrie chiesette, teatri sacri, dolcissimi ristori. Morire lodando e coi biscotti portati dall’amica.
Segno, ancora.
Tratto dal Calendario di Frate Indovino 2026, "Sancto Francesco"
