
Come fai a dare alla Nera Signora piu temuta e offesa della storia umana lo stesso nome che davi a Chiara? E a Masseo, a Rufino, a Leone, a Jacopa. Fratello, sorella…
Come fai, Francesco, a usare, a osare dire, dettare quella medesima sacra dolcissima parola, che da Chiara era passata a Jacopa e poi all’acqua, alle stelle, alla terra…
E a lei, infine, sora nostra morte corporale. Il transito, si dice, di Francesco.
Pochi mesi fa a distanza di pochi giorni sostavo accanto al letto e alla sedia di due amici morenti, che sapevano di morire. Lei giovane sposa a 26 anni, lui un grande artista a circa 70. Cosa dire? Niente? Stare li facendo finta? Dicendo banalita menzognere e certo buone nel senso di normali, per dissimulare senso di normalita? Forse anche tali chiacchiere che a volte si fanno al capezzale dei morenti sono, per quanto travestite, il segno di una specie di sororità della morte, di rituale, di normale. Come a dire: Ok ora muori, ma siamo qui a parlare del più e del meno perché cosa vuoi che sia, ci si rivede no? Io ho detto ai miei amici: L’orizzonte è aperto, guarda là ne avrai la prova.
E un monaco amico all’artista ha detto: Ripeti questo: “Fa’ che io veda”. Quando moristi tu, Francesco, i tuoi amici cantavano. Era una cosa non eccezionale. Ti accompagnano a sorella morte… Ora e eccezionale, ma accade. Mentre la mia amica di 26 anni spirava i suoi amici cantavano. Lo stesso accadde con don Giussani e altri. Ti si puo imitare, anche nella morte. Si puo attendere cantando perche si e arrivati all’esperienza radicale e affettuosa della poverta. Che e poverta dell’amante, non del misero. Ovvero culmine del vero amore povero verso se stessi, non solo verso gli altri e il creato intero. Io non sono mio – questo si arriva a pensare nel fiore della vera poverta. Posso chiamare sorella la morte solo se in me fiorisce la coscienza che io non sono mio. Il contrario di quanto affermano i seguaci dell’indispettito, inacidito, e pure violento, individualismo. Perchè se non e la sorella che mi riporta a casa, ma e la ladra che mi ruba a me stesso, non posso che offendere e bestemmiare la morte. Ladra, troia, bastarda, ma che sorella!
E invece arrivi tu, il piccolino, il minore, come ti facevi chiamare. E non per via di un carattere schivo o peggio per quella finta umilta un po’ untuosa che anche in ambienti clericali e diffusa e che umilta non e, ma un interessato volare bassi, parandosi le terga, evitando rischi. No, la tua umilta che sfolgora fino alla paradossale grandiosita di guardare la morte negli occhi e ne smonta ogni pretesa oscura regalita, era l’umilta di chi si sente salvato (il segno Tau), di chi sa di essere strappato dal nulla non per merito ma per l’amore misericordioso del Risorto.
Tratto dal mensile "Frate Indovino" n.10 Anno 2026