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Dall’eremo dei cappuccini di Viterbo

09 novembre 2020
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È noto che la vita dei cappuccini è stata sempre caratterizzata da una spinta eremitica e un forte afflato apostolico fin dalle sue prime origini, ma quello che sta accadendo questi giorni nella fraternità di Viterbo è più assimilabile all’eremitismo certosino: da domenica 18 ottobre, infatti, il convento è praticamente chiuso. Nessun via vai di persone alla portineria, né alla chiesa conventuale generalmente aperta nell’intero arco della giornata. Tutto, infatti, è sospeso nell’attesa che passi l’ondata dei contagi da Covid-19. Dei 21 frati presenti in convento (su un totale di 23 residenti), ben 16 sono in isolamento nelle rispettive cellette, accuditi dai 5 confratelli “superstiti” che trascorrono il giorno tra fornelli, disinfettanti e un continuo saliscendi di scale per la dispensa dei farmaci e del vitto. Tutto questo accade in un momento di transizione e di riorganizzazione della comunità locale a seguito della ristrutturazione della Provincia religiosa dei cappuccini. Ci sarebbe stato indubbiamente bisogno di tempo per oleare il nuovo ingranaggio organizzativo, generare i rapporti di vicinanza e amicizia, prendere contatto con le realtà orbitanti intorno al convento, ma tutti i processi e le eventuali distanze sono stati in verità accorciati dallo spontaneo e rapido intessersi della nuova rete di relazioni fraterne. Nonostante il da fare non manchi, specie per i “superstiti”, la giornata mantiene la sua struttura solita di preghiera, vissuta questa volta in rete dalle rispettive cellette in collegamento col gruppo che può frequentare la cappella. Così come le lezioni presso l’Istituto teologico San Pietro, che proseguono online per gli iscritti ai corsi. Sembrava tutto apparentemente scorrere nella normalità della nuova anomala condizione, fin tanto che gli ordinari sintomi influenzali non si sono trasformati per qualcuno in dispnea e febbre alta, a sottolineare che il virus aveva aggredito con maggior virulenza e gravità. È questo il caso del nostro fratello Dorian, il quale, ricoverato dal 20 ottobre al nosocomio “Belcolle” di Viterbo, versa tutt’oggi in condizioni piuttosto critiche nel reparto di terapia intensiva. La situazione, come può immaginarsi, coinvolge tutti in modo più diretto, tenendo gli animi sospesi pur non mancando la fiduciosa speranza di una possibile svolta migliorativa. Nel frattempo si sono susseguiti anche brevi ricoveri di altri quattro confratelli.

Intanto il mondo che si è arrestato fuori al convento – basti pensare alle tante persone che quotidianamente frequentano la nostra chiesa, o le famiglie assistite con viveri e piccoli aiuti in denaro specie durante il lockdown – ora torna discreto a bussare alla porta, questa volta per lasciare ora questo ora quel bene di prima necessità. Tutto accade inaspettatamente e al tempo giusto, al ritmo di una danza, nello stile tipico della Provvidenza. Davvero sorprendente tutto ciò! Certamente questa risposta generosa della nostra gente edifica, rincuora ed è indice di una reciprocità umana sana e bella, ma non solo: è l’espressione della carità teologale vissuta dal nostro popolo. Tutto questo, non senza stupore, torna a dire che anche quando venisse meno quel dinamismo funzionale della nostra vita di consacrati - fatto anche di operosità per gli altri, nella sua molteplice declinazione di opere quotidiane -, la nostra presenza non svanisce ma è mantenuta viva nel cuore della comunità ecclesiale e cittadina. Tutto questo aiuta anche noi, posti in situazioni limite – come la forzata clausura, o la vita a rischio di un confratello – ad interiorizzare ed approfondire la ricchezza della nostra chiamata evangelica, che al di là di una mera funzionalità appunto, sprigiona pur nella fragilità delle nostre persone una forza che affascina e interpella, attraverso quell’Invisibile che non vedi ma trapela e interroga l’esistenza: la presenza di Dio.

In questo tempo anomalo di pandemia, più volte descritto come condizione comune dell’umanità con la proverbiale espressione “siamo sulla stessa barca”, torna più che mai sensibile, anche se latente, il senso del mistero della vita e la ricerca di Dio. Siamo tornati, infatti a guardarci tutti l’ombelico, per dire sia l’esperienza della paura che fa ripiegare un po’ su se stessi, sia per esprimere il desiderio silente di una riflessione che conduce alle proprie origini, quelle prossime della famiglia e quelle più radicali con la Vita e il mistero di Dio. Sembra dunque, che mentre si consuma questo sacrificio immane di vite umane – vite che si spengono nella malattia, vite che si immolano per aiutare gli altri - si realizzi misteriosamente un processo di nuova umanizzazione che passa per il dolore. Riecheggiano così veritieri e taglienti i versi della poetessa Alda Merini: “per evolversi la vita deve far male”, come a riprova di un fatto tutt’altro che scontato che non può accadere un reale passaggio da una stagione all’altra della vita, o svolta evolutiva tra una fase e l’altra dell’esistenza se non attraverso uno strappo, “un far male” appunto, che produce una condizione nuova. “Un far male” che è più simile alle doglie del parto che ad un colpo mortifero, poiché promette la vita pur passando per il dolore. Ma questo forse il Maestro Gesù non lo aveva già detto ai suoi?: «In verità, in verità io vi dico: voi piangerete e gemerete, ma il mondo si rallegrerà. Voi sarete nella tristezza, ma la vostra tristezza si cambierà in gioia. La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16,20-23). Queste Parole trovano la loro esegesi anche nelle vite dei credenti di oggi, di coloro cioè che mediante il proprio spendersi per gli altri “partoriscono” nelle doglie un germe di umanità nuova.

Se il nostro eremo attraverso il silenzio e l’offerta quotidiana può aiutare a decodificare questo messaggio e a renderlo più intelligibile alla nostra comunità, allora abbiamo raggiunto il senso e lo scopo di questo lungo periodo di nascondimento che ci sottrae momentaneamente alla scena della nostra città.

fra Carmine Ranieri OFM Cap

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